lug 06 2010

Ghe pensa lù

06-07-2010, 22:54 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Presidente Iorio, pienzece pure tu..

di Caterina Sottile
Il Ministro Sacconi, nei primi mesi del 2010, ipotizzò che i Presidenti delle Regioni che non riescono a ripianare i debiti della Sanità devono assumersi la responsabilità politica del loro fallimento amministrativo. Nel nostro caso, si dovrebbe immaginare una sorta di commissariamento del commissario, spodestato dall’alto come Lippi dopo i mondiali? Un’onta tremenda per il capo di un territorio, tanto clamoroso quanto difficile da interpretare.

Quando all’interno di una casa si sente puzza di fumo bisogna capire bene da dove arriva: “Accidere ex una scintilla incendia passim” diceva quel petulante di Lucrezio. Salvatore Muccilli emigra (?) nell’Udc seguito da Franco Giorgio Marinelli. Gino Velardi spiega come il nuovo partito ‘dal sapore antico’ , il partito della Nazione di Pier Ferdinando Casini stia crescendo velocemente. In Molise, si tratta di strategia di attacco o ritirata? La domanda è plausibile osservando i tempi e i modi. Il dubbio è se si tratti di un arroccamento nella battaglia finale contro l’avanzata inesorabile del ‘nordista’ Tremonti o se, a sorpresa, sia una manovra di guerra più ampiamente politica. In tal caso, sarebbe un evento rilevante e significherebbe che il centro destra non è più tutto di Silvio e sta subendo una mutazione genetica vera. Però, potrebbe anche dipendere solo dalla paura che il Governo Berlusconi voglia davvero attuare quel concetto espresso dal Ministro Sacconi nei primi giorni del 2010: ‘fallimento politico’.

La questione sanità, in tutto il sud, ha assunto una strana piega.
Più che una concreta e grave emergenza di numeri sta diventando un conflitto ideologico fra nord e sud, fra servizio pubblico e deregulation istituzionale. Ambiguità in cui si è infilato, con insperato tempismo, tutto il centro sinistra, isole dipietriste comprese. Il rigorismo di sinistra dell’ultimo governo per la maggioranza di Rutelli fu devastante. Per Berlusconi le tasse e l’austerity vengono raccontate come ’salvifico decisionismo’ contro i tentennamenti della casta.

Dal fronte molisano, un Presidente di Regione ‘commissariato’ dal Governo non è ricandidabile, e questa è già la prima novità. E d’altronde, Silvio Berlusconi dice: ‘ghe penso mi’ e possiamo fidarci. Se la sua maggioranza riuscirà a convincere gli italiani che la manovra Tremonti li salverà davvero dal baratro, avrà vinto sul sud, sul nord e sulla vecchia carcassa del consociativismo mendicante dei partiti. Ma dovrà vincere tutto. Se invece riuscirà a spuntarla solo ai rigori il risultato visibile sarà una grande, spaventosa crepa a metà dello stivale, tra leghismo e meridionalismo acritico, che non si rimarginerà facilmente.

Paradossalmente, il Governatore ’sfiduciato’ avrà l’ultima parola in tema di sanità di fronte ai molisani e la userà per dire: “Non è mica colpa mia se…. ghe pensa lù“. In attesa, il commissariamento dei commissari servirebbe a dare prova che il Governo nazionale non scherza e non rimanda decisioni inderogabili. Tanto, che gli costa?

• Sanità. Iorio, commissario commissariato?
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lug 06 2010

Sanità. Iorio, commissario commissariato?

Voci romane riferiscono di una chiusura totale del Governo nei confronti delle regioni che hanno i conti della sanità in disordine. Nei prossimi giorni il Governatore del Molise, commissario alla Sanità, potrebbe essere addirittura a sua volta ‘commissariato’. Un non sense che però dà l’esatto livello di gravità del debito. E forse, rivela anche altro.

Due assessori del Governo Iorio, Salvatore Muccilli e Franco Giorgio Marinelli starebbero per approdare nell’Udc. Velardi annuncia altri nomi pronti a passare sotto l’arco di trionfo del partito della Nazione. La nuova creatura di PierFerdinando Casini comincia ad attrarre migranti. In Molise, si tratta di strategia di attacco o di ritirata?

Le regioni con il deficit sanitario più alto dovranno aumentare le tasse fino al ripianamento:
Lazio, Campania, Molise, Calabria e Sicilia. Una richiesta che il governatore Iorio ha definito “assurda, iniqua e incomprensibile“. Poi si tentò la strada del riutilizzo dei Fonsi Fas. Strada sbarrata dal Governo nazionale con la motivazione che queste regioni non hanno dato delle garanzie ai Tavoli tecnici di monitoraggio per quanto attiene la certezza di avere dei conti certi da un lato e soprattutto di aver avviato dei processi di riqualificazione della rete assistenziale.

Michele Iorio, in questo contesto di crisi profonda, è più esposto di altri. I suoi colleghi presidenti sono in carica da poco tempo, pur avendo già approntato un programma di risanamento di massima. Il piano di rientro del Molise è invece ‘ingiustificatamente ritardatario’ e c’è il sospetto che verrà comunque bocciato.

caterina sottile

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giu 08 2010

Le auto della Regione Molise: il blu ‘che sfina’ le finanze

Published by Caterina Sottile under tintarelladiluna

08-06-2010, 1:23 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Mentre Romano indaga sul giallo dei POR, Petraroia interroga sul blu delle auto. La vita regionale è sempre così colorata, vivaddio!

Opposizione scatenata come non mai: il consigliere del PD interroga l’Assessore al Bilancio sul rinnovo parco auto di rappresentanza del Presidente e della Giunta Regionale, dei Dirigenti Regionali e utilizzo del personale addetto alla guida delle autovetture assegnate agli amministratori.

In tre anni,  700 mila euro per comprare nuove auto e un milione e mezzo di euro l’anno di costi fissi

Nel 2007 la Regione ha autorizzato il noleggio di otto  Lancia Thesis 2.4 JTD 20VC.A.Executive 185 CV da assegnare agli assessori per un periodo di tre anni e per un canone mensile di euro 826,00 +iva e per un importo complessivo di circa 290.000,00 euro da pagare fino alla data di scadenza del contratto ovvero gennaio 2011 alla società fornitrice “Lease Plan Italia S.p.A.” ;

 

Nel 2009 la Giunta delibera la locazione per 24 mesi presso la “Lease Plan Italia S.p.A.” mediante adesione alla Convenzione Consip di sei Audi A6 2.7 TDI FAP sempre da assegnare alla Giunta Regionale per un importo complessivo di 242.681,76 e il trasferimento delle Lancia Thesis all’Ufficio Automezzi del Servizio Affari Generali della Presidenza della Regione per la mobilità per motivi di servizio del personale regionale;

 

Nel 2007 però era stata acquistata un’Audi A8 4.2 TDI 326 CV Quattro Tiptronic DPF per un importo complessivo di circa 60.000,00 euro al netto del valore della permuta di 30.000,00 dell’autovettura Audi A8 datata 2003 in dotazione al Presidente della Giunta Regionale;

 

Nell’Aprile 2010 la Giunta delibera perchè si comprassero altre macchine, in particolare di  due Audi A6 2.7 TDI 190 CV FAP Tiptronic per un importo complessivo di circa 100.00,00 euro;

 

Nel Bilancio di Previsione 2010 risultano stanziati nell’Upb 029 “Affari Generali della Presidenza della Regione” cap.8400 “spese per l’acquisto ed il noleggio di automezzi, manutenzione e acquisto di carburanti, assicurazioni R.C.A. e spese relative all’uso degli automezzi”  euro 852.436,00;

 

Compresi nel prezzo anche altri  45.270,94 per utilitarie per gli uffici regionali di Termoli, Campobasso e Isernia e altri 31.978,85  per far fronte alle “numerose richieste provenienti dalle diverse Direzioni Generali con le quali viene richiesta la disponibilità di autovetture per il raggiungimento della città di Roma ed altre località in occasione di incontri con Organi Istituzionali”  

C’è poi l’incremento del numero degli autisti, due per ciascun Presidente (del Consiglio e della Giunta) e altri due per gli assessori non residenti a Campobasso. Ma ci sembra una cosa buona e giusta. Con tutte quelle macchine, qualcuno dovrà anche guidarle e sugli autisti e i lavoratori in genere, eviteremmo di fare i tirchi. 

Petraroia, ammettiamolo, è un grigio marxista e vorrebbe risparmiare sull’immagine, che è l’anima di qualunque commercio: “Considerato che in modo indicativo tra acquisto, noleggio, manutenzione, assicurazione R.C.A., carburante e spese per dipendenti addetti alla guida con relativi compensi per lavoro straordinario la Regione Molise spende orientativamente un milione e mezzo di euro l’anno, chiedo se non sia il caso di dimezzare tale spesa attraverso un piano di razionalizzazione dei costi per le auto blu che escluda il loro utilizzo per circostanze non strettamente istituzionali”.

 

Ma arriva anche una speranza  inattesa: in Consiglio Regionale sono disponibili un’Audi A6, adibita esclusivamente ai trasferimenti del Presidente del Consiglio Regionale, una “Fiat Panda” per le attività interne alla città di Campobasso connesse alla spedizione e al ritiro della corrispondenza tra le strutture regionali nonché al trasferimento nella città del personale dipendente, una “Fiat Punto”, una “Lancia Delta” e una “Lancia Thesis” con autista per il trasferimento per motivi istituzionali dei Consiglieri regionali e del personale regionale nell’ambito del territorio regionale e per le missioni fuori dal territorio regionale previa autorizzazione del Presidente del Consiglio;

Se proprio non sanno come usarle, abbiamo una proposta alternativa! Essendo un costo oggettivamente irrinunciabile e dovendolo, nostro malgrado, sostenere ‘per interposta persona’, proponiamo un’operazione promozionale: ’Buon viaggio, Regione!  Per gli studenti, i giovani operai o precari, tutti coloro che vorrebbero ma proprio non possono,  un bel viaggio in auto blu,  accompagnati dall’autista e con tutti i confort.  Rinunceremmo alla Thesis o all’Audi A6 perchè non vorremmo che ci scambiassero per un anziano assessore termolese. Scegliamo la Panda blu, un vero cult. E andremmo in gita su una macchina ‘President style’ senza neppure la preoccupazione di dover rispondere alle interrogazioni, tranne che per dire: “E’ mia!”

caterina sottile

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giu 06 2010

Il Governatore e l’acqua santa

Published by Caterina Sottile under primapaginamolise

Michele Iorio, l’acqua di Bojano e il federalismo

Il Governatore del Molise ha affermato, in un incontro a Bojano, che punterà molto sull’acqua. Sull’acqua di Bojano, appunto. 

Cosa intendeva dire?  L’acqua di Bojano arriva in 141 comuni tra Puglia e Campania (persino a Capri e Ischia).  Da questa cessione il Molise ricava circa 7,5 milioni di euro dalla Campania e poco meno dalla Puglia. Il calcolo viene fatto tenendo conto che le regioni ci riconoscono 0,002 centesimi di euro per metro cubo di acqua. I cittadini molisani pagano 0,2.

Dunque, dovendo ragionare di federalismo e di autonomia potremmo trarre maggiore profitto dalle risorse che siamo in grado di produrre o che abbiamo avuto in dote dal territorio. Per esempio, se dovessimo adeguare i prezzi a quelli dei nostri conterranei avremmo entrate 10 volte superiori; parliamo di almeno 130 milioni di euro. Fin qui, il ragionamento del Presidente. 

E le concessioni ai privati?
Volendo approfondire e spulciando fra leggi e regole abbiamo anche scoperto che in  tema di concessioni alle aziende private produttrici di acque minerali in bottiglia, in Italia alcune regioni fanno riferimento al decreto regio del 1927; la Puglia incassa solo 1,033 euro per ogni ettaro di terreno in concessione, indipendentemente dalla quantità di acqua. In Veneto  la concessione costa 587,68 euro ad ettaro. In Molise le concessioni sono gratuite del tutto.

caterina sottile
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giu 02 2010

Giunta regionale: Passarelli lascia, presto un riassetto

Il giudice Nicola Passarelli, assessore alla Sanità

Previsto un cambio al comando di due assessorati e uno pare sia la Sanità. E’ solo un ‘rumor’, al momento senza riscontri ufficiali. Il debito sanitario è un problema enorme, e lo è per tutto il Sud. Il Governo chiede di far quadrare i conti, anche a costo di tagliare i servizi. Un modo per rimettere ordine dove evidentemente la Politica e la pianficazione vera dello sviluppo cede il passo allo sfascio irrecuperabile di quel sud che non ha voluto imparare nessuna lezione dalla sua storia. Ma il Molise, forse, pur avendo le stesse difficoltà, non ha proprio le stesse colpe delle altre regioni bocciate dal Piano di rientro e qualche sforzo di modernizzazione l’aveva pur fatto.

Non ci è stato possibile sapere quale sia l’altro, a cui dovrebbe accedere il consigliere Terzano, finalmente in ‘campo’ nell’Esecutivo regionale per i calci di rigore dell’ultimo anno di questa legislatura.

Sarà però interessante capire, se la notizia sarà confermata, chi oserà ereditare dal giudice Nicola Passarelli un posto in Giunta tanto impegnativo.

Un magistrato chiamato a ‘guarire’ la Sanità è un’idea che non piaceva ai politici pigri ma neppure agli entusiasti dell’alta ‘tecnologia amministrativa’. Questi ultimi si auguravano l’intervento di un econonomista, o almeno di un fedele economo. La sorpresa, per noi che non abbiamo mai avuto occasione di conoscerlo, è che il nome di Nicola Passarelli, ogni volta che abbiamo provato a sapere qualcosa in più, ha suscitato sempre la stessa risposta: “Una intelligenza finissima”. Forse non è bastata ‘l’intelligenza finissima’ di fronte alla banalità drammatica dei numeri. Ma era corretto il presupposto: pensare al Sud  dal Sud è un modo responsabile per ammettere gli errori e per cominciare a nuotare davvero, senza canotti estemporanei. L’unico capitale utile,  al momento, è l’intelligenza politica.

caterina sottile

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mag 30 2010

Ve lo do io il Molise: Royalty sulle energie rinnovabili per rientrare nel debito sanitario?

Primapaginamolise.it

Una ’strana’ intervista: un economista USA ci spiega come uscire dal debito della Sanità

A. Marius Instrongged, di origini molisane, docente di economia negli States. Dal nome, intuiamo che la madre è molisana e il papà americano. Lo incrociamo casualmente navigando nel web e parliamo del Molise, del debito della Sanità, dei tagli della manovra finanziaria di Giulio Tremonti.  Accetta un’intervista formale e non perdiamo tempo.

Legge i quotidiani molisani?
Si, quelli on line. Mi interessano poco. Sono un po’ troppo localistici, ma qualche volta trovo anche delle letture gradevoli.  Ho avuto modo di vedere qualche quotidiano non web e trovo che gli on line siano, paradossalmente, più curati nel linguaggio, meno frettolosi. 

E del deficit della Sanità pubblica cosa pensa? Obama sembra volersi ispirare al sistema italiano e in Italia il welfaire scoppia. Il federalismo all’italiana le sembra praticabile?

La regola principale del sistema di imposizione fiscale, norma costituzionale art.53, prevede che ciascuno debba sostenere le spese dello stato secondo la propria capacità contributiva ed oggi nel sistema economico molisano di capacità contributiva ce n’è ben poca ad eccezione del settore delle energie rinnovabili. 

Siamo produttivi solo per il vento e il sole?

Io mi occupo di numeri e le aziende che operano in questo settore conseguono dei profitti importanti utilizzando un bene che appartiene prevalentemente alla collettività con ricadute non lievi sul sistema economico preesistente, assimilabile alle aziende che estraggono petrolio. 

Ora la manovra finanziaria Tremonti ha ritoccato il sistema dei certificati verdi e anche quel settore potrebbe perdere appeal

La regione potrebbe parametrare la profittabilità di ogni attività di produzione energetica da fonti rinnovabili e chiedere delle royalties che ad ipotesi potrebbero essere pari solo al 10% della capacità produttiva o della produzione di ciascun impianto. 

Ci aiuta a capire con parole semplici?

Ad esempio, prendendo a riferimento l’eolico, un palo di Mw 2,2, produce mediamente annualmente energia pari a 4.400.000 kwh, per un fatturato di circa € 660.000,00, che porterebbe alle casse regionali circa € 66.000,00 annui; tutto questo senza deprimere l’attività economica che, al netto di ammortamenti ed oneri vari, resterebbe abbondantemente redditizia. Ebbene, per ipotesi, circa  1000 pali eolici di queste dimensioni porterebbero nelle casse regionali circa 66 milioni di euro, sufficienti a coprire il buco sanitario senza gravare su lavoratori ed imprese, e senza il ricorso a tagli indiscriminati ai servizi; senza contare il contributo degli impianti fotovoltaici, biomasse, turbogas e quant’altro. Vi pare poco?

No, però ci gira un po’ la testa. Ma se lei fosse invitato in Molise a studiare i problemi della nostra Sanità, che altro farebbe?

Piuttosto che mettere un magistrato a capo di un’azienda complessa qual’è il sistema sanitario regionale, sceglierei tra i migliori manager che hanno operato ed operano nei sistemi sanitari virtuosi con l’obiettivo di migliorare la qualità ed i conti del sistema sanitario molisano.In America la vita è meno complicata che in Molise

Si, abbiamo meno ansie di riscontri immediati e pianifichiamo solo a lunghissimo termine

caterina Sottile

Forse è proprio questo il punto: il sistema sanitario non è un’azienda a sè in un contesto svantaggiato e ha bisogno di eccezioni che di fatto sono fondamentali perchè sia efficace. Il profitto, in Sanità, è la salute della gente

Si, ma non c’è bisogno di far finta di ringhiare, nè di mordere polpacci. Un problema interno ad un sistema non sempre ha bisogno di soluzioni esogene, perchè queste non  ne rimuovono le cause.
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mag 30 2010

Riunione di Giunta top secret: malgrado il dì di festa, tutti dal Presidente del Molise

Signore e signori, buonanotte
di Caterina Sottile
Tutti gli assessori raccolti attorno al Governatore. Via Genova come il quartier generale di Hiroshima, dopo la ‘bomba’ lanciata da Tremonti sugli Enti locali. I vetri del Palazzo della Giunta di Campobasso sono isolati a doppio strato di silicone e nulla trapela di ciò che si sono detti ‘tutti gli uomini del Presidente’. Ma non è difficile immaginare che Michele Iorio abbia innanzitutto spiegato ai suoi assessori che non è più tempo di chiacchiere e di buoni propositi. Cominceranno a tagliare il superfluo vero, senza intaccare ciò che inutile non è?

E cosa è inutile in Molise?
Sono inutili le spese di rappresentanza, gli investimenti di denaro e uomini che servono a conservare l’ottimismo e niente altro. E’ inutile il compiacimento istituzionale delle apparenze se non è presupposto di incisività concreta sui territori.
 
Volendo evitare di discutere di Sanità, di essenziale resta il lavoro, la possibilità per le famiglie o per i ragazzi di pianficare a lungo termine e di versare contributi nelle casse regionali, piuttosto che elemosinare servizi senza poterli pretendere.
 
Produrre contribuenti è il miglior risultato possibile, in tempi di tagli di servizi pubblici. Una ricetta semplice e un po’ ingenua prevede che gli aiuti pubblici vadano sempre distribuiti e controllati fino a quando arrivino davvero ai lavoratori, di ogni settore e di ogni livello. L’impresa sana viaggia da sola e non pesa ai polpacci dei politici senza dare mai in cambio reale ’soddisfazione sociale’.
 
Io che sono populista senza speranze, vivo di boutade e citazioni colte. La più colta (consapevole, incontestabile, ponderata) di tutte, l’ho sentita da un infermiere: Il valore del lavoro dà valore alla gente. Io ho quasi sessant’anni e il problema non è dover lavorare di più se serve a farlo bene. Sono stato a Milano e a Trieste e se sai fare in Molise quello che faresti altrove, non hai paura di niente“.
 
Alla Politica tocca, proprio gli tocca, garantire sempre che ‘i lavoratori abituati ai ritmi milanesi’ non si sentano stranieri in patria
 
Inoltre, un’idea, che anticipo soltanto, ce l’ha sussurrata un brillante personaggio a cui ho potuto fare qualche domanda di troppo: Un’idea su cui avevo letto anche di esperienze già realizzate e che potrebbe aiutare enormemente il sistema sanitario regionale riguarda l’information tecnology applicata alla sanità. Parliamo di risparmi nell’ordine del 20% in 3 anni. Senza costi, visto che Molise Dati gia c’e’
 
Ne parleremo appena avrà voglia di spiegarcelo meglio
 
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mag 29 2010

Tremonti controvento: la manovra fiscale mette mano ai certificati verdi per le energie da fonti rinnovabili

Primapaginamolise.it
Italia Nostra, con una lettera aperta al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, aveva chiesto  che nella manovra finanziaria si riconsiderasse il sistema dei certificati verdi previsti per gli impianti di produzione di energia alternativa al petrolio.  Marcello Seclì , Presidente di Italia Nostra, Sezione Sud Salento, aveva decisamente alzato il tiro contro l’eolico e il fotovoltaico slegato da una pianificazione contestuale della produzione energetica, soprattutto nei territori a vocazione turistica e agricola: “I certificati verdi hanno innescato una corsa all’oro alla produzione di energie rinnovabili da mega-eolico e mega-fotovoltaico in forme devastanti e industriali in tutto il Sud Italia, alimentando quella che si deve certamente ritenere la più catastrofica ed immane speculazione della storia d’Italia; .. economie locali oggi minacciate dalla scomparsa dei suoli agricoli e di pascolo sotto distese sconfinate di pannelli fotovoltaici desertificanti il territorio in nome di una strumentalizzata falsa ecologia.. Chiediamo che si mantenga la politica di incentivo per gli impianti fotovoltaici domestici a basso impatto con pannelli ubicati sui tetti e tettoie di edifici e strutture moderne, che danno vantaggi diretti economici per le famiglie, tanto importanti in questi tempi di crisi, e che si mantengano gli incentivi per i rimboschimenti in ottemperanza del Protocollo di Kyoto, come forme d’intervento virtuose e intelligenti, alternative alla produzione d’energia in forme, sempre industriali, sebbene da fonti rinnovabili, fin ora catastroficamente sostenuta con grandissimi fondi pubblici. Il taglio dei Certificati Verdi taglierebbe la testa al toro di una speculazione immorale e dagli effetti assurdi e paradossali, poiché trasforma le energie alternative, che dovranno salvare il pianeta da nocivi fumi ed altri inquinanti, nonché dall’effetto serra, il surriscaldamento globale desertificante, in occasioni di interventi, invece, di vasta desertificazione artificiale e morte della biodiversità e della più florida e sana economia turistica e agricola del territorio italiano! ” 

Un intervento durissimo che Giulio Cesare Tremonti ha evidentemente accolto. 
La manovra fiscale ha messo mano, mediante l’art. 45, proprio sui certificati verdi e, addirittura, con effetto retroattivo. Disposizione contro cui reagisce l’ANEV, Associazione Nazionale Energia del Vento con oltre 2.000 soggetti rappresentanti il comparto eolico nazionale in Italia e all’estero (tra cui E- On, Sorgenia, Acea Electrabel, IVPC, Ansaldo Sistemi Industriali, Erg Renew)  lancia l’allarme ed esprime disappunto per le misure contenute nella manovra economica del Governo: “La misura prevista dall’Art. 45 infatti abolisce, anche retroattivamente, l’unico meccanismo di garanzia del sistema di sostegno alla crescita delle Fonti Rinnovabili, che serve invece proprio a tutelare il mercato e ad evitare speculazioni derivanti dall’oscillazione artificiosa dei prezzi dei Certificati verdi. Il provvedimento proposto, da una prima analisi svolta, rischia seriamente di compromettere le iniziative in essere, che ricordiamo nel solo settore eolico (studio Uil-ANEV) al 2009 vedono occupati circa 25.000 lavoratori (con un incremento di circa 5.000 unità nel solo anno 2009), tra settore e indotto. Inoltre la formulazione del medesimo Articolo 45 comprometterebbe tutti gli investimenti in corso di finanziamento nel settore delle rinnovabili, che negli ultimi due anni è stato uno dei pochi anticiclici a consentire crescita occupazionale nel nostro Paese. Estremamente grave è poi il fatto che tale sistema di stabilizzazione del mercato, fu introdotto a tutela degli investitori nazionali SOLO in caso di un eventuale inadempimento del nostro Paese rispetto al raggiungimento degli obblighi liberamente assunti dall’Italia in sede Comunitaria.Tecnicamente l’abolizione dell’obbligo del riacquisto da parte del Gestore dei Servizi Energetici (GSE) dei Certificati Verdi in eccesso in dote agli operatori delle rinnovabili, potrebbe portare in assenza di un adeguamento coerente della quota d’obbligo, ad una sostanziale destabilizzazione del sistema e di conseguenza, da un punto di vista occupazionale, agli effetti disastrosi sopra richiamati e da un punto di vista ambientale ad un profondo passo indietro per il progressivo abbandono di produzione di energia da fonti rinnovabili nel nostro paese“.

In pratica, cosa avverrà? E cosa sono i certificati verdi?
L’appetibilità finanziaria delle energie da fonti rinnovabili è determinata proprio dal ‘mercato’ dei certificati verdi,  titoli negoziabili che certificano  una certa quantità di emissioni di CO2: se un impianto produce energia emettendo meno CO2 di quanto avrebbe fatto un impianto alimentato con fonti fossili (petrolio, gas naturale, carbone ecc.) perché “da fonti rinnovabili”, il gestore ottiene dei certificati verdi che può rivendere a industrie o attività che sono obbligate a produrre una quota di energia mediante fonti rinnovabili ma non lo fanno autonomamente.

Introdotti dal decreto di liberalizzazione del settore elettrico, il Decreto Bersani,  in Italia sono emessi dal Gestore dei Servizi Energetici GSE (Gestore Servizi Energetici) su richiesta dei produttori di energia da fonti rinnovabili.   La legge stabilisce che i produttori possano richiedere i certificati verdi per 8 anni (per impianti entrati in servizio o revisionati dopo l’aprile del 1999) e per 15 anni per impianti successivi al 31/12/2007 (norma in finanziaria 2008). I certificati verdi permettono alle imprese che producono energia da fonti convenzionali (petrolio, carbone, metano) di rispettare la legge che obbliga ogni produttore o importatore di energia a usare fonti rinnovabili per il 2%.

L’impresa produttrice di energia acquista, presso la borsa gestita da GSE, i certificati verdi che gli occorrono per raggiungere la soglia del 2% della propria produzione. La quota del 2% si incrementa ogni anno, dal 2004, di 0,35% punti percentuali. I certificati verdi possono essere accumulati e venduti successivamente, ad esempio quando il valore sia cresciuto a seguito della domanda di mercato. 

Fino ad oggi i produttori di energia da fonti rinnovabili avevano, per legge, la “priorità di dispacciamento” cioè la garanzia, da parte del gestore della rete, di comprare  l’energia così prodotta. 

Lo scopo era di utilizzare i meccanismi del libero mercato per incentivare l’energia pulita, evitando un intervento diretto dello Stato.  Parlando di milioni di euro è difficile evitare che l’interesse speculativo fine a se stesso forzasse la diffusione di impianti, come per esempio l’eolico, anche oltre la razionale ‘capienza’ dei territori idonei ad accoglierlo.  Peraltro il decreto Bersani  lasciava spazio a qualche ambiguità perchè  concedeva questi sussidi anche alle fonti cosiddette assimilate alle rinnovabili (definizione tutta italiana e senza riscontri in Europa) una gran parte dei fondi sono stati destinati in modo controverso anche alla combustione di scorie di raffineria o agli inceneritori; allargamento poi corretto da un secondo decreto, più restrittivo.

Scardinare il meccanismo dei certificati verdi  probabilmente allontanerà gli imprenditori meno solidi  che comunque hanno trovato spazio in quel complicato sistema di mediazione tra chi riusciva ad ottenere i certificati e chi poi realmente realizzava gli impianti. Essendo il provvedimento reotrattivo si prevede un vero big bang.

caterina sottile
 

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mag 29 2010

SupersTar Molise: il tribunale amministrativo ferma Perna e Wagner

Published by Caterina Sottile under primapaginamolise

SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE
Primapaginamolise.it
di Caterina Sottile
Ci piacerebbe intervistarlo, l’agricoltore di Campomarino che ha osato ricorrere al Tar e, al momento, ha sparpagliato le sudate carte con cui si era tentato di rilanciare, a colpi di decisionismo, lo Zuccherificio del Molise. Il Tar ha stabilito che la delibera della Giunta regionale n. 92 del 16 Febbraio scorso va annullata, con tutti gli atti e provvedimenti che da essa derivano. 

La delibera della discordia, che tante polemiche aveva suscitato, doveva produrre un riassetto societario dello Zuccherificio, con la revisione del socio privato, che diventa la G&B di Remo Perna, e la Regione Molise che rinuncia al diritto di prelazione sulla quota della famiglia Tesi, il precedente socio privato, sulla base di un mandato del Consiglio. 

Ma  grazie a un ‘don Chisciotte’ di Campomarino, Teodoro Zullo, agricoltore che ha avuto ragione, al momento, contro i mulini a vento del potere regionale, il Tar ha sospeso la delibera. 

A distanza di poche ore, fermi anche altri mulini a vento, i pali eolici nel mare di Termoli. Questa volta oltre a De Cervantes (autore di Don Chisciotte) c’entra anche Wagner, autore della Cavalcata delle Valchirie e tutti questi personaggi fanno un gran film:  Apocalypse now!

I giudici del Tar accolgono la richiesta di sospensiva degli Enti locali interessati al mega parco eolico nel mare tra Termoli e Petacciato. La Regione Molise ha capitanato la cordata dei ricorrenti: comune di Petacciato, comune di Montenero, Arsiam. Il Ministero dell’Ambiente incassa il fermo momentaneo e presumibilmente farà ricorso al Consiglio di Stato

Gli avvocati Colalillo e De Lisio hanno curato il ricorso su mandato delle Istitituzioni locali e al momento la Effeventi dovrà sospendere il progetto. Nel 2009 il Ministero, con la firma del Ministro Prestigiacomo, aveva espresso parere positivo per un impianto che doveva sorgere a 5 miglia dalla costa. Parere positivo confermato anche l’anno successivo, quando però il progetto aveva subito una modifica e la distanza era diventa inferiore a 6 kilometri. Effeventi, società con sede a Milano, dell’ingegner Luca Wagner,  vorrebbe ergere 54 pali di 80 metri, con un raggio delle pale di circa 5 metri e una potenza  di 162 megawatt.  Tanto per avere un’idea della grandezza delle cifre, possiamo fare una proporzione con il parco eolico di San Martino in Pensilis: 29 pali producono almeno 50mila euro di energia in un solo giorno.

Per lo Zuccherificio invece è la Regione a subire l’arresto improvviso della corsa verso il rilancio. E a fermare i nostri eroi non è stata la politica, i sindacati, le associazioni ma un coltivatore di barbabietole che ha preso carta e penna e ha scritto al Tar. Se non fosse vero, sembrerebbe un romanzo d’azione.  Vorremmo tanto parlare con lui. Se non altro perchè merita l’onore del coraggio.  L’Apocalisse vera, però, ora la rischia chi aveva un lavoro e sperava di non perderlo.

Documenti
Sentenza del Tar Molise su Effeventi Srl, Parco eolico off shore

• ZUCCHERIFICIO: Il testo dell’ordinanza

Citazioni
Il capitano Benjamin L. Willard: “Era un modo particolare che avevamo qui di vivere con noi stessi: li facevamo a brandelli con una mitragliatrice e poi gli davamo un cerotto… (Da Apocalyspe now, F.F. Coppola, 1979)

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mag 29 2010

La provincia di Isernia verrà soppressa

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La Provincia di Isernia, puff, non c’è più? Il Molise, a voler proprio essere ottimisti, sparirebbe comunque, per cessazione attività. Immaginiamo quanto sarà più facile ora per Comuni ed Enti locali, cedere alle lusinghe delle super offerte per la produzione di energia, per esempio.
13 MLD DA AUTONOMIE TERRITORIALI. Potrebbero essere proprio soppresse le Province con meno di 220mila abitanti 

(ANSA) – ROMA, 25 MAG – Soppresse le Province con meno di 220mila abitanti, che non confinano con Stati esteri e che non sono nelle regioni a Statuto speciale. Da quanto si apprende questa sarebbe una delle misure inserite nella manovra approvata dal Consiglio dei Ministri. Il tutto a partire dalla prossima legislatura provinciale. Le competenze e gli uffici saranno trasferiti ad altre Province.

La provincia Campobasso ha circa 230mila abitanti. Salva grazie al ‘resto di 10mila’. Ma magari nei prossimi anni, visto il vento che tira, depenniamo anche ‘cb’

C’è una filosofia di fondo: efficienza senza clientele da nutrire. Niente finanziamenti spalmati per lenire la ruvidezza del consenso. I territori dovrebbero dimostrare di avere imprese e forza economica reale per sopravvivere con le proprie forze e non semplicemente sorseggiando alla rinfusa dalla botte dei soldi pubblici. Ma sarà davvero questo un modo utile per risollevare l’Italia? O non servirà solo a uccidere definitivamente intere zone del Sud, per esempio, storicamente e geograficamente frastagliate in microaree che non per questo sono ‘inutili’.

L’ultimo Governo di sinistra è caduto subito solo per aver provato a ritagliare qualche soldo dagli stipendi della middle class italiana: medici e lavoratori dipendenti di alto livello. Questa manovra, dolorosa e necessaria, pare, vorrebbe eliminare la provincia di Isernia. Ma che ce l’abbiano col Molise? Che gli abbiamo fatto di tanto grave?
caterina sottile

Vedere anche:

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mag 29 2010

Iorio, Tremonti e Massimo Romano: i conti della Sanità e gli sconti dell’opposizione

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SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE
Primapaginamolise.it
di Caterina Sottile
Potranno i barbari più di quanto poterono i Barberini?

Una disamina roboante, di quelle che mentre leggi ti copri le orecchie, perché senti quasi il rumore del tuono. Massimo Romano si è scatenato ed ha snocciolato le cifre del debito della sanità, buttando le ‘cogne’, diremmo noi molisani, sulla faccia della classe dirigente locale.

I conti, il Governo regionale, li ha fatti benissimo ed ha aspettato che ci convincessimo ad arrenderci all’evidenza. Ma aspetta e aspetta, di campagna elettorale in campagna elettorale, Michele Iorio e i suoi compagni di avventura hanno finto di non capire. E sugli ‘indiani del Molise’ è arrivato di galoppo il generale Custer dei ragionieri di Stato. Il soldato Blu, (per via della penna blu) ha chiuso la partita dei tentennamenti e rien ne va plus.

Io, in rappresentanza dei molisani, ho due problemi seri: le malattie dei poveri hanno bisogno di buon senso, almeno quanto ne abbiano di buoni medici. Il secondo problema è più ideologico: credevo che il mio avversario politico fosse Michele Iorio, con la sua democristiana irriducibilità. Ma le opposizioni, anche quando dicono cose vere e verificabili, finiscono per scivolare in qualche imperfezione. Mi inducono, ogni volta, a provare un po’ di amichevole comprensione per il nemico democristiano. Proprio come succede a Silvio Berlusconi. Ha commesso errori enormi ma la sua opposizione finisce sempre per farlo sembrare un po’ più buono di come realmente è.  

Cosa manca nel bilancio stilato da Massimo Romano, in cui spiccano i nomi di Iorio, Vitagliano, Di Giacomo come sodali e rappresentati di Berlusconi e del PdL? Mancano altri due nomi del PdL sannita: Patriciello e Ciarrapico, per esempio. C’entrano con la Sanità anche loro e il riordino potrebbe aiutarli più di quanto abbia fatto il disordine di Iorio.

 
Romano elenca i ‘fatti’, e li mette in colonna spiegando come siano stati sperperati i soldi ‘in più’ che il Governo ci aveva concesso per rimediare ai danni della cattiva gestione della Sanità. Ma non sono bastati. Gli spreconi molisani hanno continuato ad utilizzare soldi impropriamente ed hanno lasciato che il debito lievitasse, fino allo stop definitivo. Ora il Governatore del Molise prova ad impietosire Tremonti con la solita scusa delle specificità, del territorio svantaggiato e delle vie di comunicazione arretrate. Certo, i fondi Fas si dovrebbero utilizzare proprio per risolvere, una volta per tutte, quei problemi. Scrive Romano: “Grazie alle clientele, ai doppi reparti, ai doppi primariati, alle unità operative inutili talvolta con un solo posto letto, insomma grazie a Michele Iorio, ininterrottamente al Governo della Regione da quasi quindici anni, con ampie parentesi di gestione diretta della sanità vuoi come assessore regionale vuoi come Presidente con delega ad interim,  vuoi oggi come Commissario ad acta, i molisani oggi già pagano le tasse regionali più alte d’Italia.“  Dice una cosa vera. 

La dice, prima di lui, anche Ignazio Marino su l’Unità: “Due miliardi di euro per colmare la voragine del debito di una sanità inefficiente in Calabria, Campania, Lazio e Molise. …Ammettiamo, in teoria, che i fondi FAS siano utilizzati per colmare, almeno in parte, il crescente divario nei servizi sanitari e per fare in modo che i cittadini del Sud possano sperare nella stessa qualità delle cure, e quindi nello stesso diritto alla salute, di un cittadino emiliano o toscano, ma è intelligente farlo senza garanzie? Come si può pensare di riversare un miliardo di euro in una regione come la Calabria dove non si riescono a chiudere, a causa delle resistenze di piccoli cacicchi locali, decine di minuscoli ospedali inutili e anzi pericolosi per i pazienti? O dove si registrano record negativi come la più alta percentuale di tagli cesarei del mondo e contemporaneamente il maggiore livello di mortalità infantile d’Italia? Siamo sicuri che la sanità della Campania o del Lazio migliorerà con il versamento di mezzo miliardo di euro ciascuno, prima ancora che i nuovi governatori abbiano detto come riformeranno il servizio sanitario? Sarebbe davvero scellerato indirizzare somme tanto ingenti senza vedere i primi risultati concreti di un piano di risanamento economico e strutturale, senza sapere se i nuovi direttori generali di ASL e ospedali saranno selezionati in base alle loro capacità manageriali e ai risultati ottenuti, oppure per le loro amicizie politiche o parentele. E sarebbe ancora più sbagliato correre il rischio di sperperare risorse che potrebbero invece servire per strade, reti ferroviarie, energie rinnovabili, servizi pubblici e turistici, tentando il rilancio di settori non più competitivi con altri paesi del Mediterraneo“. Marino, queste cose le dice dal 2008, e pone un problema incontestabile: la sanità funziona peggio dove costa di più. 

Il Molise, però,  non ha torto se cerca di preservare ciò che ha avuto solo da qualche decennio: gli ospedali puliti, organizzati, concepiti come servizi e non come ‘regali’ li avevamo visti a Milano o a Torino, a San Giovanni Rotondo. E di viaggi ne abbiamo fatti tantissimi. Se avevamo il cancro, fino a dieci anni fa, andavamo via. La questione è stata sollevata anche per il Registro tumori: le emigrazioni di malati impedivano uno studio epidemiologico perché disperdevano i dati necessari. Oggi siamo in grado di subire interventi impegnativi anche in regione. Possiamo fare la chemioterapia, la radioterapia a pochi metri da casa.

Persino a Larino, nell’Ospedale considerato più ‘inutile’ tra quelli da tagliare, c’è un reparto di Chirurgia penalizzato dalla mancanza di un posto tecnico di rianimazione e in cui si può affrontare un intervento in laparoscopia e tornare a casa in due giorni. E si può fare ‘anche’ perché il lavoro dei medici è coordinato a quello di buoni infermieri. Questo ci è costato troppo, a quanto pare. Ma se economicamente ci è vietato, o lo sarà a breve, moralmente rappresenta un dubbio pesante. Le opposizioni dovrebbero discutere un po’ di più sul come organizzare la sanità e salvare ciò che ci serve. Utilizzare come leva politica una questione che impone discernimento significa amalgamare ‘i fatti’ perché si montino come panna.  Marino dice che con i Fas potremmo costruire strade e ponti e io, molto populisticamente, dico che se posso curarmi il cancro, o anche solo l’appendicite,  senza dover attraversare autostrade e ponti, sono contenta lo stesso. Le imprese non ce la faranno a pagare lo scotto della cattiva gestione della Sanità ma nessuno dall’opposizione osa rispondere ad una domanda semplice: chi funziona e chi no, chi ci serve e chi no?  E se i ‘conti’ dei nomi non li fa l’opposizione, figuriamoci la Maggioranza.

Se chiudiamo un reparto di chirurgia che utilizza correttamente il day hospital pre-operatorio e rimanda i pazienti a casa in due giorni ma dilatiamo i reparti ‘parcheggio’, sulla carta avremmo garantito un servizio, nei fatti avremmo accentuato lo spreco. In Lombardia dovranno intitolarci almeno una stradina: “Via del virtuosismo, con il contributo dei molisani”

E poi c’è un aspetto più sottilmente politico. La denuncia di Massimo Romano è dirompente e blandisce i nomi eccellenti del PdL che ora ‘fingono’ di opporsi al loro stesso partito di Governo. Di quel PdL fanno parte anche due grandi esponenti locali, entrambi notoriamente interessati alla Sanità. Smobilitare il microscopico sistema sanitario regionale pubblico significa, per forza, attrarre lo sguardo dei privati.  Peraltro, è facile franare nel ‘sistema misto incontrollato’, come già succede proprio dove gli ospedali pubblici funzionano male. 

Se Michele Iorio sta resistendo a questo rischio, forse non sbaglia del tutto, indipendentemente dalla sua buona o cattiva fede.

L’articolo di Romano
 
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mag 29 2010

Sanità: le elezioni le perdono tutti, non solo Iorio

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SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE
Primapaginamolise.it
di Caterina Sottile
Ma quant’è forte Tarzan, ma com’è bello Tarzan..Era una sigla televisiva degli anni ‘80 di un programma di Vianello e Mondaini. L’opposizione regionale che alza gli scudi contro Michele Iorio, chissà perché, ricorda quella canzoncina. Al Molise stanno togliendo vent’anni di progresso, di ‘europeizzazione’ , e non può farci sentire meglio considerarla solo l’occasione per dare addosso a Iorio.  Purtroppo, la frana del deficit non travolgerà i governi ma la salute della gente. Faremmo bene a concentrarci (una volta tanto, e ora o mai più) sul problema.
 
La preoccupazione di una ‘cambiale’ di 59 milioni di euro da coprire con soldi molisani dovrebbe rendere meno doloroso il taglio di posti letto? Il Governo nazionale vuole  soluzioni certe e non bastano più le dichiarazioni di intenti, serve moneta sonante in cassa.  Certo, il federalismo doveva  stimolare le regioni a strutturare in loco doveri e diritti, e quindi sviluppo.  Se un territorio può offrire buoni servizi esercita un controllo sulle ‘emigrazioni’.  Tagliare non serve se  l’urgenza di ridurre le spese finisce per produrre, paradossalmente, sprechi. 

Per convincere i molisani che i soldi erano pochi si è cominciato con il terrorismo mediatico, per indurre i cittadini a ‘non scegliere’ quel dato ospedale ma quello ‘poco più in là’. Il risultato è che sono ricominciati gli esodi fuori dal Molise. 

La necessità di evitare l’ospedalizzazione non è, quasi mai, supportata da un percorso esterno all’ospedale accettabile. Se ho un sintomo mi vengono prescritti esami di laboratorio, e aspetto qualche giorno. Poi mi prenoto per un’ecografia, una tac, una risonanza, e dopo molte peregrinazioni fra vari centri, aspetto qualche mese. In tutto ciò, non ho un medico solo che coordini e veda gli esami. Quindi, opinioni diverse in tempi diversi. Dopo due mesi, se i sintomi si acutizzano, finisco al Pronto Soccorso comunque e quindi ricomincio d’accapo. Altrimenti emigro, scelgo il grande ospedale fuori dal Molise. E vanifico anni di sforzi per risparmiare soldi pubblici.

I cittadini non sprecano nulla e sappiamo bene che le dispersioni inutili di denaro non sono attribuibili ai malati.  L’Italia investe circa 105 miliardi di euro in sanità pubblica.  Il15% circa, una cifra compresa tra i 15 e i 20 miliardi, tre volte la nostra Finanziaria, finisce in sprechi. Ovviamente, nel capitolo delle spese folli, c’è la disorganizzazione delle turnazioni di anestesisti, specialisti, consulenti. Lo spumante dello spreco assoluto lo stappano, come noto, dirigenti e burocrati. Ma salta all’occhio che la sanità sprecona non è quella accessibile ed efficiente, anzi. 

Le regioni che hanno il debito maggiore sono proprio quelle in cui funziona meno. E allora, perchè facciamo finta che sia solo una faccenda di quantità di servizi e non di persone, di cultura della legalità, di meritocrazia? Difendere i nostri reparti, se e quando sono davvero buoni reparti, significa pretendere di affermare un nostro diritto. Proprio come farebbe la Lombardia, il Veneto, il Trentino. La politica regionale reagisce come fosse una faccenda di ordinaria politica locale: Iorio ha sperperato per regalare ai suoi amici e finalmente abbiamo l’occasione per grattare un po’ del suo roccioso potere. Se non altro, gli facciamo un po’ paura.  E dei buoni reparti, qualcuno si preoccupa? Qualcuno dell’opposizione che abbia il coraggio di dire cosa non funziona e chi non lo fa funzionare? O che alzi barriere per difendere il lavoro dei tanti medici e infermieri che invece competitivi lo sono, eccome? Non dobbiamo mantenere un ospedale perchè è nella nostra città ma perchè funziona. Non c’è una ragione più forte e più incontestabile che il dato oggettivo. 

Il riordino sanitario si fondava su un’idea precisa: garantire il miglior servizio con la minore spesa. Cosa possibile se la sanità è un un’unico corpo presente su tutto il territorio. Piccole strutture, snelle, ‘umanizzate’ coordinate fra loro, che sono in grado di seguire il paziente in ogni fase della malattia.  Qualcuno ha capito e ci ha provato, riuscendoci davvero.  Altri hanno continuato a concepire la sanità pubblica come un monopolio misto: strutture pubbliche, pagate con soldi pubblici, a gestione  privata, quasi personale. E sono i malati a dover ‘inseguire’ posti letto previo pedaggio della visita privata e altre aberrazioni di ordinaria italianità. 

In Molise abbiamo un debito spaventoso ma la competizione naturale degli ultimi anni ha decisamente alzato la qualità della sanità. I cittadini scelgono e preferiscono rimanere in regione. Non subiscono più in silenzio reparti sporchi, operatori scortesi, medici incapaci. Inoltre, la buona sanità trattiene sul territorio pazienti in grado di pagare le tasse per sostenerla. Dove i servizi sono scadenti rimangono solo i malati più poveri mentre  i ‘pagatori di tasse’ vanno a cercarsi strutture idonee. 

Ora, la colpa sarà anche di Michele Iorio, e pare quantomai ingenua questa semplificazione, ma l’opposizione regionale farebbe bene a salvare con ogni mezzo ciò che di buono e di produttivo c’è in Molise perchè scaricare colpe, in questo momento, serve quanto una flebo a un morto. Si capisce molto della vivacità politica di una regione se di fronte ad un allarme come il nostro l’agguerrita opposizione si affretta a comunicare ai lettori dei giornali che la colpa è di Iorio. Grazie! Ora ci sentiamo meglio. Quasi quasi ordiniamo un’altra flebo. Alla nostra salute!

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mag 29 2010

Caro Presidente niente “piazzate”, ma solo coraggio e scelte impopolari

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Primapaginamolise.it
SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE
di Caterina Sottile
Onorevole Presidente della Regione Molise, come si affronta, dopo centinaia di articoli, comunicati, cronache, il ‘tema sanità’? Qualunque cosa si voglia dire è un ‘già detto’. Il Governo nazionale ha posto un problema serio: chi non è in pari con i conti faccia in modo di esserlo e senza tarantelle. Troppe eccezioni non sanano i debiti. Lei risponde, sorprendendoci, che andrà a manifestare in piazza, se necessario. E’ strano sentire Lei parlare di piazze e di proteste.

Il Molise ha bisogno di ‘saldare’tutti i suoi debiti, anche quelli con uno svantaggio storico oggettivo. Tremonti alza la voce e ci considera meridionali piagnoni e spreconi; Lei replica come hanno sempre fatto i meridionali, spreconi e piagnoni: “Non potete farci questo”. E invece sa bene che possono farlo e forse, per fortuna lo faranno.

La ringrazio, a titolo personale e a nome di certi malati più malati di altri, per aver voluto dare un tono emotivo ad un problema che proprio l’emotività devasta. La malattia non è mai ragionevole e non è mai brava a risparmiare. Di solito provoca dispendio a raggio: prima disperde energie vitali, ferma le persone; se sono giovani, impedisce loro di lavorare. Quindi, spreco aggiunto allo spreco, fa mancare i soldi per vivere, per progettare. Per i vecchi fa peggio, perché coinvolge le famiglie.

Penso che in Molise non abbiamo bisogno di tagliare ospedali se non siamo disposti davvero a far quadrare i conti. Risparmiare significa ottenere risultati, curare le persone in modo efficace., rendere accessibile le cure ed estirpare la vecchia abitudine all’asta del posto letto. Agire politicamente perché ciò avvenga significa premiare i medici e le strutture di cui la gente si fida.

Lei si è dovuto confrontare con troppi paletti, quasi sempre inamovibili. Primariati, vertici, nuclei di potere e di pigrizia che non servono a salvare vite ma hanno sui conti della sanità molto più peso dell’efficacia scientifica. Ma a difesa degli ospedali a rischio sento solo linciaggi opportunistici, vagamente elettorali. E’ finita a chi si è mangiato cosa ma i cittadini non hanno davvero condiviso questa battaglia di sopravvivenza, che mostrerà il danno solo quando ricominceranno pienamente gli esodi fuori regione. Sono stati smontati interi reparti per inerzia, non pianificando davvero la loro sostituzione. E il risultato non è il risparmio ma l’inevitabile caos in cui nessuno sa bene cosa può fare e cosa no.

Il presidente della Regione, nonché commissario alla Sanità, Michele Iorio, è stato ammonito dal Ministro Tremonti, che fa il suo mestiere. Lei faccia il suo lavoro di Commissario e agisca come fosse il Governatore della Lombardia: niente piagnistei o ‘siamo poveri e veniamo dal Sud’. Perché abbiamo avuto per troppi anni il complesso di essere meridionali e siamo andati a curarci in Lombardia, contribuendo, nostro malgrado, alla virtuosità delle sue strutture e alla crescita scientifica dei suoi professionisti.

Caro Presidente, nella sanità molisana non funziona quello non viene fatto funzionare, per assenza, voluta o meno, di controllo. Il primo problema è trattenere in regione i malati. Il secondo, è trattenere i buoni medici, i buoni infermieri. E le due cose risolvono lo stesso problema. Ma se il Governatore afferma che ‘scenderà in piazza’ le persone serie penseranno che allora non c’è molto altro da fare. Gli inetti di sempre si sfregheranno le mani pregustando la caciara che li salverà ancora, miracolosamente.

Se dobbiamo fare le addizioni e le sottrazioni, facciamole sulla base del dato oggettivo: chi produce e chi no.
Tenendo ben presente che produrre, in sanità, significa anche dare qualità alla degenza di un malato, non solo fare numero. Mi preoccupa molto che il ‘dopo tagli’ sarà una sorta di era del disimpegno. Chi aveva lavorato per dimostrare di essere competitivo non ha avuto conto dei risultati; ciò premia, indirettamente, chi ha sempre pensato che l’efficienza, in fondo, è una gran fatica. Non abbia paura di fare scelte giuste. Se sono giuste, la gente lo constaterà, ogni giorno. Se sono solo rassicuranti ma non utili, alla fine, sarà sempre colpa del Governo di Iorio

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mag 29 2010

Sanità: ma davvero vogliamo che funzioni?

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Primapaginamolise.it
SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE
Il sub-commissario Isabella Mastrobuono
, incaricata dallo stesso Iorio di far tornare le cifre del debito sotto una linea accettabile, semina scompiglio. Di Sandro chiede spiegazioni, Antonio Sorbo, da Venafro, gli risponde che la Mastrobuono è ‘il pompiere’ chiamato da Iorio a spegnere l’incendio incontrollabile dello sforamento della spesa sanitaria. Un intervento durissimo ma realistico.

E via via, una serie di interventi, commenti, note stampa: Bonomolo, Petraroia, Romano, le repliche di Vincenzo Niro, le rassicurazioni di questi, le accuse di quelli. Il Molise non può più permettersi tentennamenti e perché tutti possano continuare a ricevere cure negli ospedali, qualcuno dovrà perire. La prospettiva, altrimenti, è che nessuno avrà più diritto a nulla. E’ come quando si ha uno scoperto bancario e malgrado dispiaccia alquanto, bisogna vendere una parte per preservare il tutto. La domanda, semmai, è se presentare al Ministero conti accettabili, tagliando e riducendo, possa risolvere a monte il problema. Forse no, visto che la causa maggiore del deficit sanitario non è la frammetanzione dei presidi sul territorio ma la loro eventuale disorganizzazione. La presenza di due ospedali in pochi kilometri quadrati, come per esempio in Basso Molise, ha consentito a quel territorio una sanità eccellente, efficace, da prendere ad esempio? Ha annullato le emigrazioni fuori regione, ha migliorato la salute pubblica, la prevenzione, la sicurezza persino? Ha premiato le professionalità e razionalizzato le spese inutili? In qualche caso si ma non è servito comunque a salvare un reparto, a stabilire con chiarezza le priorità. Ed è qui che il sub commissario, non Di Sandro, dovrebbe lasciare uno spazio a disposizione dell’intervento del Consiglio regionale. Il problema ha due livelli: quello tecnico e finanziario: bisogna ottenere entro un tempo limitato che le cifre scendano sotto un numero preciso. E poi c’è uno strato più profondo e più pernicioso: preservare qualcosa che funziona e tagliare senza rimpianto ciò che non ha mai funzionato bene non ha a che fare solo con le cifre ma con il coraggio politico di scegliere ciò che è utile davvero a danno di ciò che è solo elettoralmente utile. 

L’assessore Filoteo Di Sandro, a nome della Politica, della classe politica, sente l’allarme e invoca l’intervento del presidente Michele Iorio. Michele Iorio, da parte sua, sa bene che ogni decisione trova l’ostacolo di un “ma io no, lui nemmeno, loro, per carità”. E sa bene che Isabella Mastrobuono pone sul tavolo i dati oggettivi ma senza le postille e le noticine del tira e molla degli interessi di parte. In questa indecisione apparente, trascinata silentemente, ciò che funzionava ha cominciato a non funzionare più tanto bene, per mancanza di fondi certi e per mancanza di prospettive. 

E invece, contemporaneamente,  si assiste ad una sorta di deragliamento verso il basso dei poli di eccellenza, che finiscono per fare anche interventi chirurgici ordinari;  proprio perché la sanità coinvolge i ragionieri ma anche l’etica dei medici, che si trovano di fronte bisogni, emergenze, necessità. Se a Larino i chirurghi non possono lavorare davvero senza un posto tecnico di rianimazione, e dal pronto Soccorso gli infermieri urlano il loro disagio per turni che considerano insostenibili, la faccenda, attraverso i giornali, si banalizza in una guerra tra la politica che taglia servizi essenziali e i territori che provano inutilmente a protestare. 

A costo di ripetermi, se i piccoli comuni interni avessero ambulanze e elicotteri a disposizione per arrivare ‘in tempo’, un po’ più lontano, i cittadini non avrebbero così tanta paura di rinunciare a ciò che hanno sempre avuto a metà. Distribuire i centri di primo soccorso, renderli davvero efficienti e accentrare le eccellenze non sarebbe percepito da nessuno come una catastrofe.

Non servono 10 ospedali se 5 funzionano davvero e se da ovunque, nella regione, si può arrivare con tempi accettabili. Però, la qualità, dove c’è, deriva fortemente dalla competizione, dalla possibilità di scegliere tra due possibilità.  Ma se dal Basso Molise bisogna andare a Campobasso, a Gennaio, con la neve, il malato del Basso Molise è pericolosamente sfavorito rispetto agli altri. Se a Termoli non ce la fanno a sostenere l’aumento dei pazienti al pronto Soccorso, il risultato dei tagli diventa un problema, ben più grave, per la politica. 

I territori perderanno e la politica anche.

Premiare chi ha dimostrato di saper razionalizzare le spese dando qualità è un successo dimostrabile delle Amministrazioni. Non è stato così.  Non si può pensare di organizzare un servizio sanitario come un ufficio del catasto: un paziente è un essere umano e può arrivare in un ospedale con un braccio rotto ma poi, in corso di diagnosi, rivelare patologie diverse, complesse. Ecco perché la sanità funziona se è organizzata come una rete, in cui le diverse professionalità si coordinano e si compendiano. Se il servizio sanitario è un servizio vero e non un fortino: se posso fare un primo screeneeng a Larino o ad Agnone e poi so che da lì, se necessario, posso accedere ad un polo d’eccellenza; se ho a pochi kilometri un pronto Soccorso affidabile, che mi accompagna nella fase successiva, non mi servono 10 ospedali che funzionano male.  Se non si metterà davvero mano dentro le rotative burocratiche, pesanti, liberando finalmente le mani ai buoni medici, non basterà mai nessun taglio. Fra tanti ‘se’, il problema è stabilire che bisognerà preservare la salute delle persone, anche a danno dei feudi, delle ataviche certezze borboniche con cui abbiamo sempre dovuto mediare. 

In questo riordino rischiano solo le facce note della politica, i buoni medici, i buoni infermieri che andranno altrove, e i cittadini. In mezzo, ben nascosti, i grandi e piccoli opportunismi di sempre, che sopravviveranno comunque. Di questo mi preoccupo, ma inutilmente.

 
 caterina sottile
 
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mag 04 2010

Videolimonata..da parte di Dandy…

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mag 04 2010

CARRESE 2010/ Giovani e Giovanissimi ‘miracolati’, ai Giovanotti, chapeau!

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Lo speciale di PRIMAPAGINAMOLISE.IT
http://www.primapaginamolise.com/detail.php?news_ID=30149&goback_link=/detail.php%3Fnews_ID%3D30090

San Martino in Pensilis
Erano partiti splendidamente, tutti e tre i carri, in questo  30 Aprile pieno di sole e di profumo di primavera. Ma dopo il cambio, i Giovanotti, campioni per cinque anni di seguito, vengono trascinati fuori dal percorso. Sembrava fossero attratti da una corrente marina. E i Giovani gli sono passati a lato,senza colpo ferire. Dietro, i Giovanissimi finalmente si riprendono il secondo posto.

di Caterina Sottile
Si è inginocchiato in mezzo alla strada, in Piazza Umberto, mentre il ’suo’ carro, il glorioso Carro dei Giovani, stava arrivando al galoppo. C’è una bellezza religiosa in questa apparente follia che spiega la Carrese: i Giovani non vincevano da cinque anni e quell’avanzare trionfante del carro bianco celeste ha piegato le gambe al suo tifoso, lo ha costretto a dire ‘grazie’. Hanno vinto, finalmente. Ed hanno vinto, un po’, anche i Giovanissimi, guadagnandosi un secondo posto che ora riapre tutte le possibilità.

“Avremmo potuto superarli  almeno in due momenti, ma ho avuto strani intoppi”. Il grande vecchio dei Giovanissimi, Antonio Di Maio, che vecchio lo è solo per esperienza, non certo per età, ha confessato di essere sorpreso, malgrado ne abbia viste tante di corse strane, impreviste.  E’ stato al collo dei Giovani per tutto il percorso e almeno in due momenti ha pensato di poter fare il sorpasso. Però, ha avuto piccoli incidenti, lacci slegati, problemi al carro ed ha perso l’occasione di guadagnarsi il secondo posto in corsa. 

E l’occasione, del tutto inattesa, invece l’hanno data i Giovanotti, supercampioni per cinque anni. Una sorta di impero giallorosso sconfitto dalla cattiva sorte più che dagli avversari. Dopo il cambio, i buoi sono ripartiti con una foga che ha lasciato tutti senza fiato. Già dalla prima parte della Corsa hanno mantenuto un passo strabiliante. Non c’era gara e non c’era fiato che bastasse a raggiungerli, nè per i Giovani, partiti al secondo posto, e tantomeno per i Giovanissimi, dietro ai Giovani. Ma all’improvviso succede qualcosa che sembra inspiegabile e i buoi cambiano direzione; finiscono contro un palo, malamente. Ci si ingarbugliano così tanto che per districarli serviranno molti, lunghissimi minuti. I due carri dietro proseguono verso la piana di Sorella senza disturbo e raggiungono la salita della Croce, uno dietro l’altro. Non sembrano crederci, neppure loro. E’ stato facile passare davanti ai Giovanotti, quasi senza accorgersi. A carro fermo, però. Se così non fosse stato, avrebbero dovuto inseguirli e basta, senza poter fare nulla di più. Ma la Carrese di San Martino in Pensilis, 9 kilometri di polmoni, destino ed esperienza, è così. Non si può mai davvero prevedere nulla ma distrarsi un attimo basta a perdere una gara che sembrava scontata. Eppure, è quasi impossibile evitare gli errori del tutto. 

Il 2010 è stato l’anno della fortuna per Giovani e Giovanissimi. Non è servito altro per vincere o per guadagnare una posizione in più. I Giovanotti, drammaticamente terzi, sono riusciti a stabilire un nuovo primato: far paura anche da fermi. Gli altri, benchè sia difficile ammetterlo, li hanno temuti fortemente, finchè l’arco di Porta San Martino non è apparso davvero. C’è da scommettere che mentre lo inforcavano abbiamo guardato indietro, tanto per essere certi che i giallo rossi non fossero riusciti a recuperare i kilometri di distanza. A guardarli, lungo la salita di Via Marina, davano un brivido: terzi, dieci minuti fermi, scoraggiati e disperati di fronte al carro ribaltato ed ai buoi fuori strada. Ma appena tornati in pista, via, freschi, forti, hanno divorato l’asfalto con un orgoglio che sembrava vittoria. E forse lo è stata, malgrado la sfortuna e malgrado la delusione. A nessuno è venuto in mente, vedendoli cavalcare senza tregua fino a Piazza Umberto, di pensare che avevano perso. Non hanno vinto, ma non sono sconfitti. I ragazzi dalle casacche rosse e gialle, forti e in lacrime come bambini avevano volti stravolti, rabbia. Ma l’affetto dei sammartinesi, e non solo, li ha calmati. A mente fredda hanno capito che fermarsi, talvolta, è più utile che non sbagliare mai. Serve a temprare il carattere e serve a capire i propri limiti. Non significa che abbiano delle colpe ma solo che la Corsa è dominata dall’imprevisto. E bisogna saperlo. 

Nel caos del dopo corsa qualcuno tra gli sconfitti ha ricevuto l’abbraccio di un avversario, amico per la pelle, che ha rinunciato a stappare spumante tra i suoi compagni di carro e gli è andato incontro per riconoscergli il merito, indiscusso, della forza. 
Questa è la Carrese di San Martino in Pensilis: chi vince merita sempre di festeggiare. E chi perde, qualche volta, riceve il premio di una stretta di mano solidale, che strappa il sorriso. Ai Giovani e ai Giovanissimi vanno le congratulazioni. Ai Giovanotti, più che mai, chapeau!
LE IMMAGINI
• Corsa dei Carri/San Martino in Pensilis, 30 Aprile 2010

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mag 04 2010

La Corsa dei Carri a San Martino in Pensilis: il video di Telemolise

Published by Caterina Sottile under tintarelladiluna

La vedranno in tutto il mondo mediante telemolise e 3 channel sky

 

Le immagini sono di Enzo Cupaioli, Nicola Gabriele, Stefano Raimondo, Caterina Sottile, Lello Maiorino,Franco Valente
 

Ore 11.00 – inizio diretta televisiva della corsa dei carri (trasmessa da telemolise e da 3 channel – 872 sky)
IL VIDEO DELLA CORSA- DI TELEMOLISE

di Caterina Sottile

Il 30 Aprile è il giorno della Corsa, la più antica fra tutte le Carresi del Basso Molise. In onore del santo patrono di San Martino in Pensilis, San Leo


Il nuovo Muraglione è ancora il centro del tipico, delle squisitezze: gli stands sono allestiti ed espongono i buoni prodotti del Molise che sa produrre alimenti sani e ricercati

I trend d’Aprile
I ‘ragazzi’ sono pronti, fuori c’è aria di festa. Il tema, quest’anno, è la religiosità e la fede nell’espressione popolare della tradizione. Monsignor De Luca, vescovo della diocesi Larino-Termoli è stato presente durante tutta la settimana preparatoria dell’Aprile sammartinese. Al suo fianco, le Isituzioni, l’amministrazione comunale, l’assessorato regionale alla programmazione, per discutere di territorio, di promozione, di possibilità concrete e di ipotesi, aspirazioni, che con un po’ di sforzo in più potrebbero diventare certezze. L’intuizione di fondo dell’attuale amministrazione è che la Corsa è il nucleo di una cellula in grado di crescere, di generare altri eventi. 

La festa e la sfida: il 30 Aprile, a San Martino in Pensilis, da almeno mille anni, è il giorno della Corsa. 
Giovanotti
, giallo-rossi, Giovani, bianco-celesti, Giovanissimi, giallo-verdi. I Carri sono tirati a lucido, i buoi e i cavalli nel pieno delle loro forze. Gli uomini soffrono di quella tensione che non è solo ansia da prestazione sportiva. La Corsa dei carri è molto più che una prova agonistica. E’ l’inspiegabile dovere di ‘andare a correre’ a tutti i costi.
    
Il ‘bullo’ dei Giovanotti, Antonio ‘chico’ Di Cera, sorride e sembra tranquillo. Vince, insieme al suo cavallo magico, Bronzon, ed ai suoi amici giallo rossi, da cinque anni. Un record! Bronzon gli obbedisce come un cagnolino ma Antonio lo ama come un bambino. I Giovani, secondi da cinque anni, sono più nervosi ma ci credono, ci proveranno, eccome. I Giovanissimi hanno voglia di riscatto e la battaglia a tre è davvero dura. Difficile e spettacolare, perchè non ci sono pronostici che possano davvero anticipare il risultato. I Carri non sono mai prevedibili e proprio per questo sono belli.

ore 13.00 – Chiesa di San Pietro Apostolo

Benedizione dei Carri e cammino verso il luogo di partenza
ore 15.30 – Partenza della Corsa dei Carri

La campagna sammartinese in questi giorni sembra pronta ad accogliere gli ospiti di riguardo: è splendente, maestosa, nella sua silenziosa magnificenza. Il grano brilla e ondeggia impaziente, strapazzato dal vento di mare che arriva a salti dall’Adriatico. Gli ulivi aspettano placidi che Maggio li nutra di frutto. In quello smeraldo morbido, inondato di sole, i tre Carri si immergeranno lenti, in silenzio, come in un bagno rituale.

Aprile li ha chiamati, ancora una volta, dopo mille anni, a raggiungere il luogo della ‘Partenza’. Alle 13.00 si avvieranno verso la chiesa di San Pietro Apostolo, dove il parroco, Costantino Di Pietrantonio, li aspetterà per dar loro la benedizione: “San Leo, Benedici questo popolo che da secoli ti venera e si affida alla tua intercessione…Accompagna nel cammino questi tuoi figli, dona loro la tua benedizione alla partenza, conforto e sostegno lungo la via, difesa dai pericoli…tornino sani alle loro case…” La voce di don Costantino tuona nel silenzio assoluto di centinaia di uomini, di donne; le bandiere, i fermagli colorati, i simboli sgargianti della squadra brillano come lucciole davanti alle scale di San Pietro e Paolo. Fra la gente, i volti sono tutti noti, anche quelli di chi non c’è ma tutti ricordano quando c’era, quando ha consegnato le briglie a qualcuno più giovane. 

Non c’è retorica nella tenerezza di un’illusione collettiva che somiglia molto alla fede, anche quando ha i suoni forti del tifo e ha i colori dell’appartenenza faziosa. A San Martino essere ‘del Carro’ significa essere nato in quella famiglia, essere cresciuto fra quelle persone.

Dopo la Benedizione, ’scenderanno’ verso la Partenza. Impiegheranno almeno due ore. Davanti alla Masseria Macrellino si posizioneranno con calma a 25 metri l’uno dall’altro, nell’ordine di arrivo dell’anno precedente. Lì, stretti nella morsa di mani e braccia sudate ma ferme, gireranno a spirale, senza concedersi il tempo di aver paura

Da quel momento, tutto si svolgerà in pochi minuti. 
Il sindaco, Vittorino Facciolla, chiederà a ciascun gruppo se è pronto: “Pronto il primo carro?” E quando tutti e tre avranno detto di essere pronti urlerà: “Partite!”

Un tornado di polvere, urla e zoccoli che battono sulla terra friabile; correranno all’impazzata i tre carri, 20 cavalli ciascuno, due buoi. Il giogo di legno sul collo, il timone che li tiene insieme, che impone la direzione del carro.

Via, senza arrendersi alla fatica, per 9 kilometri di terra battuta e asfalto, di grano e orizzonte. Attorno, voci confuse, macchine, caos. Ma loro corrono, corrono inseguendo il vento e se stessi, combattendo con il dolore del petto che non riesce a contenere il cuore. Sul carro, gli uomini guidano ma soggiogati anche loro dal ritmo dei muscoli dei buoi. Dovranno sentirne la forza e la fragilità, la debolezza e lo slancio e accompagnarli, rispettarli, aiutarli senza mai violarne i limiti. E’ solo così che si ‘corrono i Carri’, conoscendo ogni suono, ogni segno che gli animali danno.

Conosco bene questa favola semplice che chiamiamo folklore. Ma oggi me l’ha raccontata un uomo dalle mani affusolate, la giacca un po’ larga, come chi è stato forte e ora ha le spalle un po’ più strette. Mi ha fatto vedere quella campagna nelle sfumature di verde con cui lui la vedeva da bambino, e all’ombra degli stessi alberi che io non vedo ma di cui è riuscito a farmi sentire il fruscìo. Un signore cortese a cui siamo legati da quell’affetto che provi per un uomo bello, che assomiglia al signore gentile che da piccoli ci comprava un gelato di panna e cioccolato nel giorno dei Carri. E’ questo il buono dei piccoli luoghi che hanno storie antiche, l’alfabeto essenziale che ci basterà per parlare ogni lingua, altrove.

La novità della Corsa, dallo scorso anno, è che c’è anche un’ambulanza di veterinari proprio per gli animali, se ne avessero bisogno. La Corsa è fortemente condizionata da un regolamento ferreo, lo Statuto, che stabilisce le regole e previene, il più possibile, problemi agli uomini, ai cavalli e ai buoi.

La prima coppia di buoi verrà sostituita al Tratturo, a metà percorso. L’Arco di Porta San Martino, dopo l’ultima prova di forza della salita della Croce, è il traguardo. Il premio sarà l’onore di portare in processione il busto di San Leo, il 2 Maggio. Il senso vero è ‘il governo del caos’, la passione che diventa strategia e disciplina. E una bandiera alzata che significa: “Ce l’abbiamo fatta, ma solo per oggi.  Domani, ricominceremo a provarci

• Aprile sammartinese: lo sfottò tecnologico, i video per ’sfruculiare’ l’avversario, le donne in ‘corsa’, il bello della Carrese

 Il programma dell’Aprile sammartinese

 I Nomadi, il 2 Maggio a San Martino in Pensilis

 E’ datato 1727 il più antico documento che parla della Corsa dei Carri

 Dove mangiare bene a San Martino in Pensilis: Carrese e non solo

 Aprile sammartinese: lo sfottò tecnologico, i video per ’sfruculiare’ l’avversario, le donne in ‘corsa’, il bello della Carrese

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mag 03 2010

Rifiuti e Molise: la differenziata non abita qui secondo il dossier di Cittadinanza Attiva

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416 kg di rifiuti per ciascun molisano nel 2009 che potrebbero essere ridotti di un quarto se tutti i comuni recepissero l’importanza di differenziare la spazzatura. Il dato  del 5%, che emerge dal dossier di Cittadinanza Attiva,  è troppo piccolo perchè il Molise sia in linea con gli standard europei. E infatti è ultimo della fila, con  Basilicata, Puglia e Sicilia. 

Ma c’è un comune, San Martino in Pensilis, in cui invece la raccolta funziona ed ha raggiunto la percentuale del 72% . Sottraendo al vecchio sacchetto dell’immondizia il 37% di umido (residui di cibo, frutta, ortaggi) , il 12% di carta e cartone, il 7% di plastica si ottiene un risparmio concreto per l’Amministrazione ed un vantaggio enorme per l’ambiente.  Il trasporto in discarica si riduce a due viaggi a settimana invece che sei. In discarica arriva solo il 28% di secco residuo. La plastica , l’umido , il vetro e la carta vengono recuperati. Sembra la Svizzera ed è il Molise.  
 Peraltro, visti i risultati notevoli, per il 2010 è stato possibile ridurre la tassa per i rifiuti del 15%.   

Il progetto della differenziata a San Martino in Pensilis

Non è facile e al di là delle resistenze culturali c’è bisogno di un controllo ferreo delle varie fasi di raccolta. Però, fino ad oggi, funziona: al mattino arrivano i ragazzi e ritirano i vari contenitori, a seconda del giorno della settimana. Ciascuna famiglia ne ha in dotazione 4:  piccolo secchio marrone  per l’umido;  3 più grandi: grigio per la plastica, giallo per la carta,  blu per il vetro. 
                                                   
caterina sottile

Scarica l’allegato:  dossier_tariffe_rifiuti.pdf (176kb)
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apr 23 2010

Dante, torero nell’Arena

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Un imprenditore intelligente, duro come l’acciaio, inattaccabile come l’amianto. Dante Di Dario l’abbiamo sempre immaginato così. Istrionico, abile, mille idee e duemila fatti, con le gambe che non fanno in tempo a tenere il passo alla testa. Ci piace, Dante, o meglio, ci piaceva. Ci sembrava che appartenesse alla razza degli ‘autonomi’, quelli che possono fregarsene sempre dei politici, seri e meno seri, con cui noi, giornalisti, seri e meno seri, abbiamo a che fare ogni giorno.

Abbiamo sempre pensato che l’economia è rock e la politica è lenta, e l’imprenditore per antonomasia ci appariva come una cometa lontana, ma visibile. E invece, come un qualunque assessore dimissionario, di quelli che ogni giorno vengono sostituiti dal presidente di turno, ecco l’uscita a sorpresa: “Le mie dimissioni sono dettate da motivi personali. Quando i fatti d’impresa diventano oggetto di speculazioni politiche e di attacchi giornalistici, l’imprenditore deve lasciare. Io non so lavorare in questo clima. Per esprimere il meglio di me, ho bisogno di serenità, fiducia ed entusiasmo“.

Persino Sandro Arco quando dovette lasciare l’assessorato alla Cultura rilanciò, provocò il President con un ‘rifiuto l’offerta e vado avanti’.

Diciamo per dire, per fare un esempio di come la politica si sia evoluta ed abbia acquisito lo sprint dell’impresa. E invece, l’Imprenditore, lui, dichiara che la colpa è degli attacchi dei giornali. Chi ci salverà ora? Se anche Lui parla come i politici? Ha ragione, la serenità è la madre di tutte le buone scelte.

Ma perché se la prende con i giornalisti? Fosse un tributo, una sorta di contorto riconoscimento ad un mestiere calpestato e denigrato, bersaglio naturale degli attacchi di chiunque gestisca un qualche potere? Fosse che DdD ci abbia voluto dire: “Yes…you can” ? Vuoi vedere che non è inutile questo lavoro inutile? Ce lo riconosce un uomo di mondo, mica un intellettuale qualunque! Non volevamo disturbare il suo sonno, ci creda. Volevamo soltanto capire e lei, più e meglio di chiunque potrebbe darci ragione di troppi sforzi andati a vuoto.

E’ stato attaccato, nel senso che le hanno fatto i conti in tasca ma lei non si è chiuso in religioso e spietato silenzio. Ha parlato, ha cercato nella stampa un interlocutore, ha spiegato le sue ragioni e le ha spiegate mirabilmente.

Non a tutti, però, solo a chi ha ritenuto indoneo. Ha parlato con chi, a fiuto, le è sembrato più affidabile? Esattamente come chi scrive osserva, studia, riflette, e decide, sulla base dei dati oggettivi, cosa è condivisibile e cosa no, cosa è credibile e cosa no.
caterina sottile

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apr 23 2010

Sanità: semaforo rosso fuoco per il Molise

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Studio del Ministero
Valutazione della Performance della Sanità Italiana (MOLISE)

di caterina sottileIl Progetto SiVeAS, Sistema di Valutazione della Performance della Sanità Italiana ha tracciato uno schema della salute della sanità italiana sulla base dei dati raccolti dal Ministero nel biennio 2007-2008.Il Molise ha le ossa rotte e gli fa tanto male anche la testa.  Questo si evince dallo ‘schema Fazio’, l’operazione trasparenza con cui il Ministero della salute ha voluto fotografare la sanità italiana.  In pratica, sulla base di parametri certi di riferimento, il Ministero dice: questo succede nella tua regione e questo è il punto in cui la barca scricchiola. Ma i dati oggettivi sono sempre un po’ interpetabili, soprattutto se applicati al Molise. Chi vive in questa regione ed ha avuto direttamente a che fare con gli ospedali può affermare con la mano sul cuore che la sanità era migliorata, e molto, rispetto ai decenni passati. 

  
Eppure, la battaglia non è tra chi vuole toglierci e chi vorrebbe difenderci, ma tra la nostra percezione del diritto e la nostra disponibilità al dovere

Ora siamo in emergenza, ma in un contesto sicuramente più reattivo e più consapevole. Qual’è il dato più evidente di questo studio? Il sistema di valutazione ha rappresentato il risparmio come un bersaglio da centrare e le ‘freccette’ sono i servizi sanitari. 
In Molise, il servizio più vicino al bersaglio del risparmio ed alla efficienza è il vaccino antinfluenzale. Guarda caso, è uno dei servizi a cui si può accedere attraverso il medico di famiglia e che, fra l’altro, previene eventuali ricoveri per complicanze, soprattutto negli anziani. Si tratta dunque di uno strumento di prevenzione già di per sé importante per evitare la degenza in ospedale. 

Però, c’è un altro settore che funziona ed è lo screeneng al colon retto. Non si tratta certo di una prestazione ordinaria, accessibile ovunque ed a chiunque. Richiede un ambulatorio attrezzato, un chirurgo, in casi particolari persino l’anestesista. Ma è uno dei servizi che in Molise è vicinissimo al bersaglio ‘sanità ottimale’. Innanzitutto significa che c’è una richiesta di prevenzione da parte dei cittadini e che quindi abbiamo superato la diffidenza storica verso il medico e la prevenzione. E forse, ma questo è suscettibile di smentita, l’efficienza dipende dal fatto che si tratta di una prestazione medica di alta specializzazione e che quindi, al momento, viene eseguita in strutture che hanno la fiducia dei pazienti. 

Molto più lontano dal bersaglio l’adesione allo screeneeng mammografico. Perché? Perché le donne hanno paura, perché non si fidano delle strutture in cui si eseguono gli esami o perché pensano che non serva? C’è un errore di comunicazione? E allora perché ha ottenuto maggiore successo un esame come l’endoscopia, che è decisamente più invasiva e più impegnativa? Un doppio nodo che tiene insieme queste due domande è nella zona rossa del ‘non risparmio’: i ricoveri in day hospital e la degenza pre-operatoria. In pratica, in Molise è più facile eseguire uno screeneeng endoscopico in condizioni accettabili che ottenere un ricovero in day hospital, per esempio per intervenire dopo lo screeneeng. Altra ‘freccetta’ lontanissima dal bersaglio è la diangosi. I  ricoveri con finalità diagnostica sono addirittura fuori dal livello di attenzione. E questa è esattamente la ‘radiografia’ della nostra sanità. 
Perchè l’esodo dei pazienti, il cosiddetto ‘nomadismo sanitario’ è causato proprio dalla difficoltà di ottenere diagnosi, e in tempi ragionevoli. Parliamo, fino allo stremo, di eccellenze, ma questo è il problema vero. Inoltre, c’è una resistenza inspiegabile rispetto al day hospital da parte di alcuni reparti. Perché? 

Nota dolentissima, i malati cronici. Il Ministero dice che le patologie croniche rappresentano le malattie maggiormente diffuse e in crescita in tutto il mondo. Si curano efficacemente se si seguono stili di vita sani, se il paziente viene preso in carico dal medico di famiglia e dal distretto e seguito con continuità. Il ricovero, e soprattutto i ricoveri ripetuti, per pazienti tra i 50 e i 74 , è spesso il segno che questa presa in carico manca e che il servizio non è adeguato.

Qui non c’entra solo l’ospedale ma il coordinamento  tra medico di base e specialista. Conosciamo i dati, le cifre, le analisi incontestabili ma proviamo a semplificare perché questa discussione sia comprensibile a chi, ogni giorno, si misura con la malattia e con l’inaccessibilità alle cure. Un anziano malato non deve stare in ospedale se il ricovero non è indispensabile. Cosa stabilisce che lo sia? La gravità oggettiva della sua malattia o la possiblità di curarsi anche fuori dall’ospedale? 
Un medico di base, in Molise, può solo prescrivere dei farmaci, o al massimo tentare una diagnosi. Un malato cronico non ha mai un solo sintomo, un solo problema. Se le condizioni di malessere superano il livello di guardia, il medico di base ‘consiglia’ l’ospedale. La maggior parte degli anziani non riceve cure risolutive o che ne migliorino realmente la qualità di vita ma solo ‘assistenza’ , I ricoveri tampone sono i più frequenti e forse anche i più costosi ma non risolvono mai il problema, che tende appunto, a cronicizzarsi. 

Dallo studio del Ministero ciò che salta all’occhio è che abbiamo bisogno di una sanità che porti fuori le persone dagli ospedali: altissima qualità, e altamente specialistica per restituire autonomia ai malati ed eviti i ‘parcheggi senza soluzione’. Allo stop ai ricoveri impropri e prolungati  si vorrebbe rispondere con un maggior numero di reparti di lungo degenza e centri per l’assistenza ai malati cronici e terminali. Ovviamente indispensabili e sappiamo bene quanto aiutino le famiglie, oltre che i pazienti. Ma il  Ministero dice proprio il contrario: una buona sanità deve, se possibile, rialzare i pazienti, non limitarsi a rimboccargli le copertePer questo serve la diagnosi, servono esami appropriati e tempestivi e serve, terribilmente, la possiblità di accedere alla riabilitazione. Quanto bisogna aspettare per avere un ciclo di terapie riabilitative in una struttura pubblica? Quanto costa un paziente impiega mesi per tornare efficiente dopo un trauma?

Ma proviamo a fare un esempio più semplice: se un malato cronico, anziano, diabetico o cardiopatico ha un calcolo alla cistifelea, in Molise, al momento, può affrontare l’intervento solo dove c’è un centro di rianimazione. Ha un calcolo, nulla di grave, ma andrà ad occupare un posto letto in un ospedale in cui sono attrezzati per intervenire nei casi di cancro o di patologie più gravi. Il rischio è che l’eccellenza, data l’enorme richiesta di questo tipo di assistenza, finisca per snaturarsi, livellandosi verso l’ordinarietà. Peraltro, proprio per quel tipo di paziente, quanto più l’ospedale è distante da casa tanto più dovrà inevitabilmente trattenerlo in regime di ricovero. Se sto bene, non mi è difficile percorrere 30 kilometri in più, anche per tre giorni di seguito, ed eseguire gli esami che mi servono senza ricovero. Se ho 80 anni non è neppure ipotizzabile. 

Lo spreco maggiore avviene con gli esami inutili o ripetuti perchè inutilizzabili rispetto al tempo che passa tra il momento della prescrizione e quello in cui vengono realmente eseguiti. Inoltre, e non se ne parla mai, c’è una cattiva abitudine tra i molisani, indotta, non per loro colpa, dalla incomunicabilità tra medici: spessissimo ci si sottopone ad esami senza seguire un percorso razionale, guidato solo e totalmente dal medico. Il medico di base prescrive radiografie che poi dovranno essere ‘viste’ dallo specialista che a distanza di mesi deve farle ripetere o non può considerarle sufficienti. Più frequentemente di quanto si pensi, ci si sottopone persino a TAC che vagando tra un ambulatorio privato e uno pubblico, a distanza di mesi e di kilometri, risultano del tutto inappropriate. 

Una diagnosi che in un ospedale si può fare in 48 ore, dall’esterno può richiedere 48 giorni, se va bene. E nel frattempo, non è escluso che intervengano altri sintomi, altre complicazioni ecc ecc. Quanto più la sanità è inaccessibile, tanto più disperde denaro e tempo.

E siamo sicuri che centri piccoli, altamente specializzati, che possano garantire piccoli interventi di routine, siano dispendiosi e l’accentramento della sanità sia invece la soluzione? La stranezza è che la sola discussione sulla razionalizzazione della sanità regionale ha portato via dagli ospedali a rischio le professionalità che avevano innovato e che avevano portato nei reparti know how e metodi di lavoro in linea con l’indirizzo che oggi impone l’economia sanitaria. 

La cultura del risparmio a fronte dell’efficienza non sempre ha premiato chi l’ha concretizzata. Non ha smosso, e non smuoverà, proprio le resistenze ataviche che ci hanno portato a dover discutere di tagli, senza possibilità di scelta. Non a caso, le regioni che hanno il debito sanitario più alto sono quelle in cui la salute non è percepita come un diritto ma come una concessione. E di questa distorsione sono colpevoli anche molti addetti ai lavori, non solo i politici. Si può dire?

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apr 20 2010

Il più antico documento in cui si parla di Corsa dei Carri

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Concesso da Giuseppe Zio

GIOVAN BATTISTA POLLIDORI
Vita
Di San Leone
Confessore, monaco e sacerdote
Dagli antichi messali e dai codici della Chiesa Larinese

Il Beato San Leo, Confessore di Cristo, nacque da nobile e feconda stirpe, ma più nobile fu per le virtù presso Dio, grazie alle quali, aiutato dalla grazia celeste, essendo il secolo incominciare a splendere, ispirato dal Signore, fu fatto monaco di San Benedetto nel Monastero di San Felice, il quale era posto non lontano dal confine cliterniano. Qui Leone, vivendo santamente, e formato nel sacerdozio, fece tante cosa e nel fare cose virtuose, con la sua assidua predicazione del Vangelo, il Dio Onnipotente illuminò anche di miracoloso il suo fervore. Ed infine, con pieno merito e in età matura ritornò al Signore. E poiché, non molto tempo dopo, per gravi eventi e i molti danni delle continue guerre, fu abbandonato dai monaci; e per la frequente successione di terremoti, essendo caduta in rovina la stessa chiesa, dove giaceva il corpo sotto l’altare di quella stessa, Roberto Conte di Loritello per caso, cacciando, trovò il sacro tumulo. Ed estratto da lì il corpo fu trasportato con venerazione e solennità nella Chiesa di Santa Maria in Pensilis, costruita nel fortilizio di San Martino. In quella, per le preghiere e per i meriti dello stesso Beato Leone, confessore misericordioso, il Signore fu largamente generoso di continui benefici per i fedeli supplicanti.
Per cui lode, onore e gloria, nei secoli dei secoli. Amen

A riguardo di San Leone
Confessore
In un Codice di pergamena, una volta in Santa Maria di Pensuli, ora nella Chiesa Collegiata di San Pietro Apostolo del Castello di San Martino della Diocesi di Larino del secolo tredicesimo di Cristo.

Nel giorno 2 di Maggio
Nella Festività di San Leone Confessore, è obbligo fare un’Orazione propria del Santo

In una altro Codice di pergamena, pressappoco della stessa epoca, e conservato nella stessa Chiesa, il cui Titolo è:
Antifone per la Commemorazione dei Santi per l’intero anno.
Dedicato a San Leone Confessore:
Preghiera per i vespri: qui si rigettano i piaceri terreni cercando eterna gloria nell’amore del Creatore.

Alle lodi: Ad elevare il buon Servo
Al tempo di Pasquale Alleluia!

PREGHIERA
O Signore, che per i molti miracoli elevasti alla Gloria il Beato Leone, Sacerdote e Confessore, concedi benigno, affinchè abbiamo quello che in terra invochiamo grazie alla preghiere.
Per Cristo Nostro Signore.

Anche altre cose si traggono per mezzo di un antico libro di preghiere, scritto e divulgato nel quattordicesimo secolo di Cristo, che veniva usato in quello stesso tempo nella Chiesa Larinese:
COMMENTARIO
DELLA VITA E DELLE OPERE
DI SAN LEONE
SACERDOTE E CONFESSORE
I. Affinchè gli atti, la nascita, la vita, la santità, l’antico culto e la traslazione di San Leone Sacerdote e Confessore. E affinchè qui vengano esposte la vita e le opere del santo dai Codici Messali della Chiesa della Cittadella di San Martino, dove il suo corpo riposa, e da quando l’Episcopato Larinate ha deciso che, da quando fra il dodicesimo o certamente all’inizio del tredicesimo secolo, ne furono recuperate le spoglie, ha stabilito che nelle messe diurne dei Chierici, ricordare la ricorrenza del Santo Confessore.
Una biografia breve, scritta a penna, raccolse con minor fortuna la memoria dell’uomo, né tante cose invero sono state tratte dall’oscurità. Ma, tuttavia, per il suo splendore e nei fatti narrati da tanti uomini, e raccontate con meraviglia dagli stessi, le cose antiche furono rese celebri da cotanti testimoni.
II. La tradizione larinate constata, dalle opere e dai fatti lascate alla posterità, che San Leone, sacerdote e Confessore, risplendesse al passaggio dell’undicesimo secolo; e sembra che in cielo migrasse un po’ prima dell’avvento dei Normanni nelle Puglie. Ne altro genere di cose riteniamo ci fossero che avessero potuto nuocere e dare gravi danni e fastidi al Cenobio di San Felice durante la sua vita. Vengono alla luce se non quelle che ricordano dei Normanni stessi contro i Greci, contro i Longobardi nelle Puglie e contro i Frentani, Lupo Protopata nel Cronicon, Gofredo Malaterra, Guglielmo Pugliese ed altri storici pubblicati da Cl. Muratorio nella Collezione degli Scritti delle cose italiche.
III. E’ possibile, d’altra parte, riportare sulle virtù e i meriti di San Leone poche cose dagli autori e né si possono trovare testimoni. Ciò che è comunemente noto a tutti di Lui è la sua straordinaria santità e il culto religioso si manifestò non molto tempo dopo la sua morte.
Infatti la sua gente lo annovera fra i Santi e la cosa in quei tempi è comprovata nel merito dal fatto che i corpi dei Servi di Dio, o per volere dei Sommi Pontefici o del Vescovo, dal semplice sepolcro si usa trasferire sotto l’altare sacro nella Chiesa Pubblica ed esporre alla venerazione dei fedeli: come è stato fatto per San Pietro Damiano, Cardinale di nostra Romanan Chiesa , per il Vescovo di Ostia l’abate Romualdo, o per San Leone X Papa. Ciò è ricordato nella Bolla di Canonizzazione di San Gerardo Vescovo Tulliense, da Mibillonio nelle Vite dei Santi nei secoli dell’Odine di San Bendetto, pag 898. Nelle antiche opere (Corbeje ?) che sul Beato Abate Pasquale, da Ugone Medardo Sulle vite dei Santi del mese di Aprile, raccolte nell Libro ballantiano pag. 464.
Su quest’uso in seguito dicono negli Annali ecclesiastici, nella dissertazione edita dopo gli Atti dei Santi di Pietro e Megolalo, pag. 346. Gli amici Ballantiani nel Volume 2 dei Santi del mese di Luglio sui SS Godeleia, Ranulfo, Gutrogono e altri.
Soprattutto sui miracoli, arricchiti di testimonianze, attribuiti al merito delle virtù di San Leo è illustrato dal Deo che fa propriamente vedere come le Preghiere che vengono recitate a memoria nella ricorrenza del sesto giorno (del mese) tutte le volte è voluta dal Clero e dai fedeli cristiani nelle messe della Diocesi di Larino.
IV. Una tavola antica, che dipinta ora si può vedere nella Collegiata sorta nella Cittadella di San Martino, anche tante altre cose fa vedere, della sua santità, i miracoli e il culto religioso manifesto. Da questa parte della vecchia Chiesa di santa Maria in Pensuli è stata trasportata col Sacro Corpo, e da nessuno, tanto dagli abitanti, quanto dai forestieri, viene considerata come cosa preziosa. Essa, dallo stile antico di pitturare, dall’uso del colore, dal modo di rappresentare dalle vesti dei personaggi si considera quest’opera del XIII secolo. Essa ha tre parti. La parte centrale è occupata dall’immagine di San Leone ornata di vesti sacerdotali, di età matura, ma non rappresentato vecchio; il capo è ornato da una corona clericale com’era nei costumi del suo tempo e con molti capelli scuri sulla fonte e tutt’intorno. Con la mano destra benedice il popolo; con la mano sinistra tiene il libro del Vangelo.
E da ambedue i lati ci sono otto riquadri, quattro per ogni parte, dove sono illustrati altrettanti episodi della sua Storia.
Nel Primo riquadro della parte destra si rappresenta San Leone officiante un sacrifico divino sull’altare. Un chierico affonda un animale con pelliccia con le mani in un vaso che è proteso da un contadino sperante verso l’altare, affinchè possa prendere da quello il rimedio del male che lo affligge.
Nel secondo riquadro San Leo in abiti sacerdotali libera sull’altare un posseduto e vessato dal demonio.
Nel terzo riquadro lo stesso Santo Confessore annunzia dal pulpito il Vangelo di Gesù Cristo.
Nel Quarto, nei pressi della distrutta città di Cliternia e del Monastero e della Chiesa, fra i cespugli sono nascoste le reliquie; un cavallo con sella e finimenti., con i quali è legato al tumulo sconosciuto di San Leone, esso per caso tira in modo da muoverne l’apertura. Verso quell’improvviso e straordinario spettacolo un Signore genuflesso guarda orante nella preghiera.
Nel quinto si vede un uomo probabilmente pellegrino, o un navigante, con una bisaccia piena, fra i mari, oppure tra i rami di un lago pieno di pesci. In lontananza appare una città. E forse sta ad indicare un voto ottenuto per opera di San Leo al quale si era rivolto.
Nel sesto è rappresentata la traslazione del Corpo dello stesso Santo Confessore, giacchè vi è un carro trainato da due buoi, e sopra il carro vi è un’urna piramidale che contiene certamente le sacre reliquie. Si riconosce il Clero che prega vestito di bianco. I contadini lo seguono tenendo un bastone in mano.
Nel settimo si vede un Chierico che sta sotto una campana di una Chiesa che accidentalmente è caduta da un campanile e, nello stesso momento che da quella è oppresso, per opera di San Leo è salvato.
Nell’ottavo infine, rappresentato in una effige sull’altare principale, per le sue meravigliose virtù e per merito della specchiata santità, dalle persone riunite in religiosa venerazione è onorato.
V. Cliternia, antica città, confinante con Larino ricordano in quel tempo Mela nel libro 2, sulla localizzazione della città cap.4, ed anche Plinio nelle Storie, sui nativi nel libro 3, cap. XI.. Non conosco nessuno altro che in qualche scritto cita essa. Nella Repubblica dei Cliterniani, ricordata con dignità simile a quella di una città romana, con Consoli e Senatori e non meno rettamente i Magistrati reggono il popolo con ampi poteri, e prevalentemente decretano: non volgono l’attenzione che alla cosa pubblica e di nessuno di quel luogo che fosse antico, ne per dignità né per presenza, ma della comunità fosse nell’elenco dei nomi; qui tutti erano uguali ed ogni cosa pubblicamente si manifestava, e le cose che si ritenevano pubbliche si discutevano insieme.
VI. Dalle rovine dell’antica città distrutta dopo la caduta dell’Impero Romano a causa delle genti barbare, le quali non risparmiarono l’Italia da alcuna specie di male., che da quello per pena, ma assai dispari per magnificenza e condizione fu. Da questo momento non conosciamo alcuna causa del perché nell’Itinerario di Antonino Cliternia fu estromessa; nella tavola Tedofiana e nella tavola dell’Anonimo di Ravenna non è ricordata Una nuova città nel medesimo sito in epoca posteriore, principalmente nelle carte antiche del Monastero Termitano, durante la dominazione Normanna, nell’Episcopato di Larino e nella città i Termoli, non solo non è chiamato Cliternia, ma nessun altro luogo ha il nome cliterniense in quei pressi.
Da allora fu fatta un’alterazione delle parole e volgarmente fu chiamato Liricchiano o Licchiano.
VII. Si legge che una grande e frequente serie di terremoti, i quali causarono ripetutamente rovine e danni al Monastero e alla Chiesa di San Felice, chiaramente chi scrive indica che in quel tempo, testimone di tante calamità e teste autorevole è Falco Beneventano nel Cronicon, nell’anno del Signore 1125: qui vi è la pagina 234 dell’Edizione curata dall’eruditissimo Antonio Caracciolo.
“In quell’anno, nell’undicesima notte del mese di ottobre pervenne un fatto nuovo e paurosamente straordinario a Benevento, e che poi si sentì, anche nei paesi, nelle città e castelli vicini a Benevento. Poiché in quella notte a tutti mancava il sonno, il terremoto avvenuto all’improvviso fu di inaudita forza, perciò fummo tutti atterriti perché ci aspettavano la morte. Il terremoto, invero, fu così terribile che torri, palazzi e tutti gli edifici furono fortemente scossi. Anche i terreni, da tanta forza di così spaventevole terremoto furono spaccati in due parti: anche le mura delle città insieme alle case cadenti rovinarono a terra…Nel terzo( giorno), poiché si erano tutti portati fuori, il terremoto non uccise nella notte; nel quarto (giorno), il giorno dopo, all’incirca a mezzogiorno ecco che arriva un altro terremoto. Quello, se il lettore non è consumato dalla paura, tutti gli edifici della città fece tremare; tutto si vedeva scuotere e da tutti si potevano vedere cose inaudite che in nessun tempo mai erano avvenute, o che da nessuno potevano essere ricordate, così talmente forte ed evidente si manifestò. Durante la notte successiva una volta sola avvenne una scossa che teniamo i conto nella memoria; durante tutto il giorno e nella notte seguente, ed anche per oltre altri quindici giorni il terremoto perdurò.”
Falcione fra gli avvenimenti e tutte quelle cose che descrisse, ed anche dei particolari dei monumenti e delle città, fece menzione delle opere e costruzioni Frentani e dei Sanniti; così veniamo a conoscere dei danni gravissimi e largamente diffusi del larinate che furono certamente non minori.
VIII. Ciò che a Roberto spetta è che da lui, con pia cura fu fatta la traslazione di San Leo; ma durante lo stesso tempo due Conti di Loritello vengono in mente con lo stesso nome, ai quali poter attribuire la stessa (traslazione). Nella Cronaca del Monastero Beneventano di Santa Sofia, divulgata da Ughello nel Volume 6 della prima edizione dell’Italia sacra, pag. 739, si trova un Diploma di cui riportiamo l’inizio: “Nel nome di Dio Salvatore nostro Gesù Cristo, mese di Ottobre del 1115” Indicazione VIII. Io Roberto, per grazia del Signore Onnipotente Gesù Cristo, Conte di Loritello, figlio di Roberto Conte che lasciò buona memoria.” Dello stesso Roberto si ha menzione nel Diploma a favore del Monastero di Santa Maria con data giorno trenta del mese di aprile, nell’anno dell’incarnazione del Signore 1136. Indicazione 14. Questo stesso è custodito presso la Canonica Lateranennse. Fu uomo di religione e noto per la pia beneficenza, quel nome allora fu legato anche ad altri luoghi sacri, infatti anche del Cenobio cassinense fu benefattore, perché si trova nella carta della Concessione al vestiario dei monaci e gli onori fatti a Gerardo Abate nell’anno del Signore 1115, dal libro IV, capitolo 48 delle Cronache cassinensi. Allo stesso Roberto fu affidato a vita il Contado di Loritello, a reggere con pieno potere: a meno che almeno da altro luogo, si crede ritorni il nome.
Scrive infatti. Il monaco Alessandro a Celestino III, Pontefice Massimo della stessa epoca, nella Cronaca del Monastero di San Bartolomeo di Carpineto nel Contado Pennese 5. Col. 1271 citato nei volumi di Ughello, che Ruggero Re delle due Sicilie.. parla di lui. “Lì dunque lasciò detto al successore, a suo figlio dal nome di Guglielmo, raccomandandosi a lui affinchè facesse conto di Loritello Roberto di bassavilla, figlio favorito di sua sorella. Quello alla morte del padre adempì al mandato.” Ruggero, nello stesso anno quindicesimo di quel secolo, venne a morte nelle calende di marzo, come riferisce un Autore anonimo cassinense, nello stesso anno, pag.140 delle Edizioni di Caracciolo. Di questo Roberto nello stesso momento molte cose simili dicono Alessandro, il monaco Giovanni Berardo ed è citato dall’Anonimo cassinese nell’anno del Signore 1155 e seguenti e similmente Fazello nelle “Cose Siciliane”. Antonio Caracciolo, uomo eruditissimo nel Nomenclatore dei nomi propri, che sono ricordate nelle Cronache edite da egli stesso, come quel Roberto fosse censito, e il di lui nome è ricordato nel Registro delle Epistole di San Gregorio Papa VII, libro 2, epistola 52. Ma Gregorio VII non avrebbe potuto ricordare proprio quel Roberto Conte di Loritello che questi quasi un secolo dopo era in vita e in fama lo studioso di inedite cose nel Regno di Guglielmo deve rivolgere l’attenzione. A quale sia possibile attribuire dei due Roberti la traslazione del corpo di San Leo è cosa ardua, perché è ignoto l’anno in cui quei fatti accaddero.
IX. Per questo invero, quale definizione si possa fare di quale di Loritello Conte dei Conti fosse chiamato, poiché avevano molti dei Conti di Ordine inferiore, o Baroni, che possedevano feudi entro confini della Contea di Loritello. Certamente nel Registro feudale dei baroni del Regno di Sicilia, al di qua della Fara, che fu fatto durante il regno di Guglielmo II , recensito da Cl. V. Borello, in Appendice agli Indici della Nobiltà Napoletana, fra le righe dell’antica opera riferite, a pag. 37, sotto il titolo “Della Contea di Loritello”, sono menzionati diciannove Baroni che i quello possedevano altrettanti feudi. Indi la Contea di Loritello, per importanza ed estensione, è lecito anche affermare, che ebbe grande importanza nelle guerre e nella forza e nelle funzioni ricoperte nel Regno Napoletano, quale ruolo spettasse ai Baroni, e non ultimo posto fra quelli della Contea di Loritello.
Falcone Beneventano, nella Cronaca di Pasquale II, Pontefice Massimo, riporta a pag. 190, che nell’anno del Signore 1115 “L’apostolico (afferma) nel giorno nono delle calende di settembre offre la città di Troia e qui vi fu un Concilio nel quale si afferma: presso il sacro Convento di questa città, in presenza della quasi totalità dei personaggi importanti della Puglia, degli Arcivescovi e dei Vescovi che vi convennero. E dunque nel Convento con tutto l’ordine religioso, tra le altre cose che vi furono stabilite, come riportano i trattati scritti nella tregua dal nome di Dio, fino a dove si estendesse la Contea di Loritello e la Contea Giordana e le altre baronie della Puglia, e firmarono una tregua nel sacramento d Dio, e indi da chi fosse custodita e tenuta nello spazio di tre anni.”
Si vuole la Contea ridotta di tanta ampiezza con Roberto di Bassavilla: dopo la morte di quello, non fu vi a nessun’altro come il Contado di Loritello, si legge, fu concessa la stessa ampiezza e la stessa importanza.
X. Narrata in quella epoca la scoperta del Sacro Tumulo e devotamente curata la traslazione del Corpo di San Leone da Roberto, è descritta anche visivamente nella detta antica tavola che una volta era nella Chiesa di Santa Maria. Della stessa Santa Maria in Pensule ornava l’altare del Santo Confessore; ora è invece conservata nella Chiesa Collegiata di San Martino ed è visibile.
Ma vi è però anche collocata nello stesso altare dove le reliquie stesse furono poste, con carattere netto di quel tempo un epitaffio è scritto:
+ QUI GIACE IL CORPO DEL BEATO LEONE CONFESSORE
UNA SUA PREGHIERA AFFINCHE’ CI LIBERI DALLA COLPA
Subito dopo fu stabilito che in quella Chiesa, specialmente nel sesto giorno, e con l’Officiare e con un’orazione propria ogni anno fu stabilito che ci fosse il culto; gli antichi codici di pergamena che ancora oggi sono poste in quella Chiesa e sono descritte nella di lui voluminosa Appendice, non induce a dubitare dell’importanza di quel culto. Peraltro molti furono gli altari nella Frentania e nelle terre sannite, e molte le cappelle in onore di San Leone Confessore. E molte cose sono dette del Monaco di Dio, sia nel culto sia nella comune venerazione che si accrescono. Anche nella città di Casacalenda, della Diocesi dI Larino, vi era una nobile e antica Chiesa, eretta con il nome dello stesso San Leone, con presenza di molti sacerdoti, i cui beni e i proventi annui furono accorpati nella mensa arcipretale della stessa cittadina. Dopo di ciò le sue vestigia durarono per molto tempo ancora, tanto che vive ancora nei nomi dei luoghi vicini all’antica Chiesa, tanto che si acclara anche dalla visita alla Città di Casacalenda nell’anno del Signore 564 sopra il millennio, da Bellisario Balduino, Vescovo Larinense oculatissimo.
XI. Poco tempo dopo degli ultimi terremoti avvenuti e per la vecchiezza fatiscente del Tempio di Santa Maria in Pensule, ed anche per l’umidità della cadente Cripta, dove era custodito il corpo di San Leone, per tener meglio la sua cura e il suo decoro, fu deciso che fosse trasferito in altro luogo per l’ostensione. Si decise quindi alla presenza di D. Giovanni Andrea Tria, Vescovo di Larino, mentre correva un anno del secolo diciassettesimo, nel giorno 11 del mese di Novembre, che l’urna venisse prelevata insieme all’antica iscrizione che abbiamo citato poco prima. Il giorno seguente, dopo aver fatto un’offerta a Dio, scoperto il sepolcro, le ossa di San Leone, dalla vecchia e primaria pietra, in presenza di tutto il Clero e insieme al Magistrato e a tanti altri, con grande ardore profferente, furono collocate in una nuova e più consona urna lignea; e dopo che essa fu munita di sigilli, in un sacrario temporaneo fu piamente e sacramente collocata. Nel frattempo il religiosissimo Vescovo, in modo che si preparasse una degna e santa funzione, una lettera pastorale ad ognuno dei preti cristiani fu mandata, affinchè per le pie opere da fare e per il rito di Chiesa Cattolica fosse preparato.
Subito dopo una solenne e pubblica Messa, in un luogo di riposo ornato in maniera più confacente, il corpo di San Leone fu accolto nel nove di maggio del successivo anno, con rito in pompa di gran lunga magnifica, alla presenza di Alfonso Mariconda Triventino e di Pietro Abondio Battiloro di Gualdialfiera, e del già ricordato Giovanni Andrea Tria, Vescovo di Larino, nella Chiesa di San Pietro che ora era la nuova Chiesa Madre della città di San Martino; e con la presenza di numeroso clero fu traslato. Su quell’evento fu scritto dal Magistrato Italico un libello che descrive tutte le azioni e tutti gli atti della celebrazione.
XII. In questa Chiesa sotto un Altare Maggiore, con solenne rito a Dio fu portato e fu approntato un più nobile tumulo, e le stesse reliquie furono collocate, in religiosa gran pompa, in una nuova urna, fatta di elegante ebano che a sua volta fu chiusa in una bara di cristallo e legno. Nella sua parte anteriore fu resa visibile affinchè si potessero vedere le fattezze di San Leone, e dopo fu sigillata e munita di cancelli con ferri e ori. Dopo fu anche posta un’iscrizione per far sì che chi leggesse potesse avere memoria di quei fatti, così da ricordarli ai posteri.

D.O.M.
QUESTO ALTARE
UN GIORNO FU POSTO
DAL PRINCIPE DEGLI APOSTOLI
GIOVANNI ANDREA TRIA
VESCOVO LARINENSE
CON RITO SOLENNE E CON GRANDE CERIMONA
CONACRO’
NEL SETTIMO GIORNO DI MAGGIO 1728
NIENTE INVERO DELLA SOMMA RELIGIONE NON FU FATTA
TRASLATO ALLA NONA DELLO STESSO, IN SOLENNE POMPA
DALLA VECCHIA SANTA MARIA IN PENSULI
AD UN LUOGO PIU’ SACRO E CONSONO
A SAN LEONE CONFESSORE
PRINCIPALE PATRONIO DI QUESTA CITTA
E PER QUESTO VENNE Più IN CULTO E CURATO.

XIII. Lo splendore e la decorazione della sacra Chiesa non è arricchito da alcun’altra scritta. Il sacro catino del Presbiterio fu magistralmente ornato di colore viola, universalmente attribuito al Mozzetta e così si poterono quelle cose che riguardano le regole umane, i privilegi e gli onori chiedere a quelle reliquie, sia per diritto che per consuetudine. Di queste cose si parla nella lettera del primo giorno di maggio, nell’anno 1730 del parto della Madonna. E nel secondo giorno di maggio, essendo anche il segnato natale del Santo, l’anno successivo tante cose furono fatte per onorarlo e le feste si moltiplicano. E con la stessa magnificenza e religiosità vengono rinnovate dai cittadini ogni anno, con nessuna cosa che l’assomigli o sia simile; in quei posti di altri Santi Protettori si vedono cose inferiori. Infatti per la grandezza e per la grazia della celebrazione viene fatta una festa: viene effettuata una corsa di carri trainati da buoi nello spazioso tratturo.
Al Vincente conduttore del carro, un pubblico premio emessa dal magnifico Magistrato viene dato.

Traduzione di Giuseppe Zio
Riproduzione riservata

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apr 15 2010

L’Italia è una Repubblica fondata sul confine fra ex dc e post pci

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Ballottaggio 12 Aprile 2010
Termoli
DI BRINO Basso Antonio
57,13%   Tot. voti  9.850
MONACO Filippo
42,86%   Tot. voti  7.390
Affluenza, 64,08%

Nella sede del PDL, è ‘Meglio Basso’ e ci si prepara alla grande festa, dopo una campagna elettorale estenuante ma non politicamente complessa. La scelta da compiere al ballottaggio era tra due poli davvero opposti e tra due punti di vista. Numericamente, ha vinto Basso, ha vinto la maggioranza regionale che lo supportava e il progetto amministrativo di cui è espressione diretta. Politicamente, è questo è il dato interessante, ha vinto la coerenza, da ambedue le parti e la responsabilità di essere dentro una organizzazione che una volta si chiamava ‘partito’. 

Un risultato ‘bipolare’ in cui le fisiologiche e ovvie dissidenze interne hanno rafforzato l’idea portante; a destra, la presenza esterna di Di Giandomenico ha stabilito il peso specifico di ciascuna delle anime, nel corpo del centro destra. Nel centro sinistra è avvenuta una vera e propria scelta storica e gli elettori hanno scelto la tradizione, la ’sinistra riconoscibile’, persino familiare e, soprattutto, che si immoli, se serve, ma dichiaratamente contro, senza se e senza ma, il centro destra. Monaco ha perso, in una città che ha urgente bisogno di decisioni concrete, impopolari quanto coraggiose, ma non ha perso il contatto interno con i suoi elettori naturali. Si può ripartire da qui. 

Di Brino ha dovuto giustificare, forse persino ingiustamente, la sua lealtà rispetto alla coalizione ma la vittoria, dei numeri, conferma che gli elettori si fidano ancora di questa maggioranza regionale, o comunque, la percepiscono come più affidabile. E ancora una volta, è da qui che si dovrà ripartire.
caterina sottile

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apr 15 2010

Sanità: ma davvero vogliamo che funzioni?

Published by Caterina Sottile under tintarelladiluna

Primapaginamolise.it


Il sub-commissario Isabella Mastrobuono
, incaricata dallo stesso Iorio di far tornare le cifre del debito sotto una linea accettabile, semina scompiglio. Di Sandro chiede spiegazioni, Antonio Sorbo, da Venafro, gli risponde che la Mastrobuono è ‘il pompiere’ chiamato da Iorio a spegnere l’incendio incontrollabile dello sforamento della spesa sanitaria. Un intervento durissimo ma realistico.

E via via, una serie di interventi, commenti, note stampa: Bonomolo, Petraroia, Romano, le repliche di Vincenzo Niro, le rassicurazioni di questi, le accuse di quelli. Il Molise non può più permettersi tentennamenti e perché tutti possano continuare a ricevere cure negli ospedali, qualcuno dovrà perire. La prospettiva, altrimenti, è che nessuno avrà più diritto a nulla. E’ come quando si ha uno scoperto bancario e malgrado dispiaccia alquanto, bisogna vendere una parte per preservare il tutto. La domanda, semmai, è se presentare al Ministero conti accettabili, tagliando e riducendo, possa risolvere a monte il problema. Forse no, visto che la causa maggiore del deficit sanitario non è la frammetanzione dei presidi sul territorio ma la loro eventuale disorganizzazione. La presenza di due ospedali in pochi kilometri quadrati, come per esempio in Basso Molise, ha consentito a quel territorio una sanità eccellente, efficace, da prendere ad esempio? Ha annullato le emigrazioni fuori regione, ha migliorato la salute pubblica, la prevenzione, la sicurezza persino? Ha premiato le professionalità e razionalizzato le spese inutili? In qualche caso si ma non è servito comunque a salvare un reparto, a stabilire con chiarezza le priorità. Ed è qui che il sub commissario, non Di Sandro, dovrebbe lasciare uno spazio a disposizione dell’intervento del Consiglio regionale. Il problema ha due livelli: quello tecnico e finanziario: bisogna ottenere entro un tempo limitato che le cifre scendano sotto un numero preciso. E poi c’è uno strato più profondo e più pernicioso: preservare qualcosa che funziona e tagliare senza rimpianto ciò che non ha mai funzionato bene non ha a che fare solo con le cifre ma con il coraggio politico di scegliere ciò che è utile davvero a danno di ciò che è solo elettoralmente utile. 

L’assessore Filoteo Di Sandro, a nome della Politica, della classe politica, sente l’allarme e invoca l’intervento del presidente Michele Iorio. Michele Iorio, da parte sua, sa bene che ogni decisione trova l’ostacolo di un “ma io no, lui nemmeno, loro, per carità”. E sa bene che Isabella Mastrobuono pone sul tavolo i dati oggettivi ma senza le postille e le noticine del tira e molla degli interessi di parte. In questa indecisione apparente, trascinata silentemente, ciò che funzionava ha cominciato a non funzionare più tanto bene, per mancanza di fondi certi e per mancanza di prospettive. 

E invece, contemporaneamente,  si assiste ad una sorta di deragliamento verso il basso dei poli di eccellenza, che finiscono per fare anche interventi chirurgici ordinari;  proprio perché la sanità coinvolge i ragionieri ma anche l’etica dei medici, che si trovano di fronte bisogni, emergenze, necessità. Se a Larino i chirurghi non possono lavorare davvero senza un posto tecnico di rianimazione, e dal pronto Soccorso gli infermieri urlano il loro disagio per turni che considerano insostenibili, la faccenda, attraverso i giornali, si banalizza in una guerra tra la politica che taglia servizi essenziali e i territori che provano inutilmente a protestare. 

A costo di ripetermi, se i piccoli comuni interni avessero ambulanze e elicotteri a disposizione per arrivare ‘in tempo’, un po’ più lontano, i cittadini non avrebbero così tanta paura di rinunciare a ciò che hanno sempre avuto a metà. Distribuire i centri di primo soccorso, renderli davvero efficienti e accentrare le eccellenze non sarebbe percepito da nessuno come una catastrofe.

Non servono 10 ospedali se 5 funzionano davvero e se da ovunque, nella regione, si può arrivare con tempi accettabili. Però, la qualità, dove c’è, deriva fortemente dalla competizione, dalla possibilità di scegliere tra due possibilità.  Ma se dal Basso Molise bisogna andare a Campobasso, a Gennaio, con la neve, il malato del Basso Molise è pericolosamente sfavorito rispetto agli altri. Se a Termoli non ce la fanno a sostenere l’aumento dei pazienti al pronto Soccorso, il risultato dei tagli diventa un problema, ben più grave, per la politica. 

I territori perderanno e la politica anche.

Premiare chi ha dimostrato di saper razionalizzare le spese dando qualità è un successo dimostrabile delle Amministrazioni. Non è stato così.  Non si può pensare di organizzare un servizio sanitario come un ufficio del catasto: un paziente è un essere umano e può arrivare in un ospedale con un braccio rotto ma poi, in corso di diagnosi, rivelare patologie diverse, complesse. Ecco perché la sanità funziona se è organizzata come una rete, in cui le diverse professionalità si coordinano e si compendiano. Se il servizio sanitario è un servizio vero e non un fortino: se posso fare un primo screeneeng a Larino o ad Agnone e poi so che da lì, se necessario, posso accedere ad un polo d’eccellenza; se ho a pochi kilometri un pronto Soccorso affidabile, che mi accompagna nella fase successiva, non mi servono 10 ospedali che funzionano male.  Se non si metterà davvero mano dentro le rotative burocratiche, pesanti, liberando finalmente le mani ai buoni medici, non basterà mai nessun taglio. Fra tanti ‘se’, il problema è stabilire che bisognerà preservare la salute delle persone, anche a danno dei feudi, delle ataviche certezze borboniche con cui abbiamo sempre dovuto mediare. 

In questo riordino rischiano solo le facce note della politica, i buoni medici, i buoni infermieri che andranno altrove, e i cittadini. In mezzo, ben nascosti, i grandi e piccoli opportunismi di sempre, che sopravviveranno comunque. Di questo mi preoccupo, ma inutilmente.

 
 caterina sottile
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apr 08 2010

Il centro sinistra e lo SkappaGb

Quando a Termoli c’era Lui, Girolamo, nell’altra metà del cielo c’erano i comunisti. In Russia c’era il KGB e a Termoli c’erano i nemici di Girolamo e della Dc. Le elezioni non le vincevano quasi mai, ma neppure le perdevano. Oggi è difficile spiegare ad un elettore che magari ha da poco compiuto 18 anni ed è alla sua prima esperienza, come si faccia a non perdere anche se alle urne i numeri dicono di si. Eppure, è così quando perdere le elezioni o vincerle non basta a disperdere le forze, ad annullarle. A Termoli il PD, che fino ad oggi era la più grande forza di opposizione, ha perso davvero, perché al momento, manca un progetto successivo, manca una linea difensiva per spiegare agli elettori perché la maggiore forza di opposizione, maggioranza uscente, non è neppure al ballottaggio. Al ballottaggio però c’è Filippo Monaco, e per fortuna non ha mai rinnegato la sua appartenenza al PD e al centro sinistra. Se non ci fosse stato, se si fosse fatto da parte, dovremmo immaginare, così, tanto per fantasticare, che al ballottaggio sarebbero andati solo Di Brino e Di Giandomenico: voto bulgaro! Roba da KGB, davvero.  Però, per fortuna, non siamo nella Russia di Brezniev e neppure nell’Italia delle convergenze parallele. Siamo nel 2010 ed abbiamo tutti gli strumenti, culturali, tecnologici, morali persino, per conoscere e per scegliere. 

Remo Di Giandomenico, da parte sua, ha ottenuto il 15% ed è il risultato da cui partire per ragionare di queste elezioni. Ha spruzzato la campagna elettorale di colori forti contro l’invasore isernino ma ha insistito sulla consistenza politica della sua lista. Perchè una persona come Di Giandomenico fa leva sul progetto e non sulla facile personalizzazione? Perchè probabilmente ha cercato, semmai, di compensare la mancanza di un apparato ampio come quello di Di Brino, con una presenza chirurgicamente politica, puntando all’elezione di almeno tre dei suoi. Proveniva da sei anni di assenza, seguita ad un vero e proprio capovolgimento delle carte in tavola,  ed è tornato evitando accuratamente di apparire un partito a sè. Era fin troppo semplice vederlo in quel ruolo ma se l’è scrollato di dosso. Ha ottenuto 3227 voti, ciò che ha potuto raccogliere con le sue sole forze, ed ha ricostituito il suo alveo naturale. Eppure, lui stesso sa bene che in una coalizione avrebbe avuto molto di più.  Ora potrebbe lanciarsi in una incursione di ‘banditismo politico’, riversando i suoi voti su Monaco o potrebbe tenersi stretto il risultato e aspettare di vedere cosa fa Di Brino da solo. L’anomalia è che se vincesse Filippo Monaco avrebbe oggettive difficoltà di governare in un Consiglio quasi tutto del PDL che potrebbe coalizzarsi per sopraggiunte ragioni di utilità. In un quadro così demagogico, Remo deciderebbe, dall’opposizione, ’se vincere e vince-remo’. Ma dopo le elezioni. Non mi pare serio e non mi pare che gli renderebbe giustizia.

Al di là dei giochini di fantasia, di fatto, ha avuto più voti del PD,  che a Termoli è stat0 maggioranza fino a pochi mesi fa e che in Italia è tradizionalmente forza popolare. Significa che un solo uomo del PDL, con due sole liste ha avuto più voti del più grande partito di opposizione. E vuol dire anche che il PDL, a Termoli, ha così tanti voti da essere maggioranza e opposizione di se stesso. Fossi in Bersani, mi preoccuperei molto.

Perchè Di Giandomenico ha tentato di dare al proprio isolamento forzato un peso politico e il PD ha cercato l’isolamento perdendo, al contrario, rappresentatività politica? Una città ha bisogno di essere amministrata e ci sono due cose che hanno infastidito gli elettori: la guerra, quasi personale, contro Michele Iorio a destra, e la guerra, altrettanto personale, contro Filippo Monaco, a sinistra. Il risultato delle urne ha spiegato, una volta ancora, che la gente sceglie chi si espone e scende in strada, chi entra nella realtà quotidiana e risponde viso a viso. Che Ermina Gatti, candidata PD, abbia riscosso un buon successo personale  non significa che abbia convinto gli elettori che dietro di lei c’era un progetto, un apparato in grado di elevare a ‘materia di Governo’ la sua naturale ed innegabile combattività. La gente di Termoli ha dato un segnale importante ed ha votato i partiti non le ‘personalità forti’. Evidentemente, ha bisogno e chiede di fidarsi dei progetti a lungo termine, indipendentemente da chi li rappresenta oggi o fra un mese. Per questa ragione trovo inutile ed autodistruttiva la guerra contro Michele Iorio, a danno di Di Brino. Di Brino è diretta espressione di quell’enturage ma, proprio per questo, ne impersona la progettualità e la capacità di penetrazione politica sul territorio. Esattamente come Monaco, è portavoce di una coalizione forte, non estemporanea e non funzionale solo a queste elezioni. Ma per esserci, Filippo Monaco ha dovuto giocare da libero. La tradizione togliattiana del complesso di Crono è ancora viva, a quanto pare. Chissà quando a sinistra la smetteranno di fare primarie e affronteranno davvero l’avversario, quello esterno.

Caterina Sottile

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mar 30 2010

Dei delitti e delle pene

Basso, è meglio che riprenda fiato e riorganizzi le idee e le energie. Non ha nulla da rimproverarsi. Ha mancato il bersaglio del 50%+1, giusto quel tanto che basta per discutere di delitti e di pene. Il delitto del centro destra termolese è l’orgoglio di potersi contare, di rimettere tutti sullo stesso piano. Nessuno sconto ai nomi prestigiosi, alle nostalgie. Bisognava dimostrare quanto e se.

Ed è per questo che Remo Di Giandomenico ha dovuto aprire la sua valigia chiusa e mostrare alla dogana delle elezioni cosa c’era dentro. Ha portato  3 227 voti, il 15,04%. Fuori da Termoli sembra una cifra enorme per chi non sembrava neppure possibile si sarebbe candidato davvero. A Termoli, via via che Marzo asciugava la sabbia dall’umidità invernale, ci si è sorpresi che non abbia ottenuto un consenso più alto.

Tanto che Gianfranco Vitagliano, perfidamente, si affretta a dargli tutta la colpa del ballottaggio. Sia chiaro, in pratica, che vincere o perdere è solo una faccenda interna al centro destra e se la possono risolvere da soli. Il ‘disturbatore’ Di Giandomenico è l’incognita, certo, ma dentro il muro di cinta della maggioranza regionale. Iorio è più sornione, poco sensibile alle mitizzazioni. Non ha alcuna intenzione di aprire l’accesso all’ex onorevole, ex sindaco, ex capo democristiano ed entro Mercoledì riunirà tutte le liste, ma solo per decidere di non trattare. Contro Monaco, Di Brino dovrà vincere da solo e le ‘primarie’ del centro destra gli danno ragione. 

 Remo Di Giandomenico ha fatto qualcosa di pericoloso, malgrado non si senta vincitore di nulla: gli sono bastate solo due liste per mettere in discussione il bipolarismo e dimostrare che il centralismo è democratico, così tanto che chiunque abbia una valigia può starci.

Ma Remo, da parte sua,  non è sereno e non sottovaluta che invece, fuori, è accaduto qualcosa in più. Monaco è il centro sinistra e la sua forza ha il marchio anche di Vincenzo Greco e dell’IdV. Rappresenta quell’alternativa, oggettivamente storica per Termoli, ma anche ‘la pena’, il pentimento dagli errori commessi ed il riscatto attraverso l’estromesso Filippo, oggi capo indiscutibile della cordata, diventata ‘coalizione’ e alternativa di sinistra, senza se e senza ma; lo è con le scuse ideali della maggioranza da cui si dimise, senza mai rinunciare a farne parte politicamente. 

La legge elettorale però costringe ancora alle aggregazioni e di fatto, da una parte c’è la sinistra della tradizione rispolverata e inamidata da  Antonio Di Pietro e Astore;  dall’altra la dc di governo, quella che non può permettersi sentimentalismi e ideologismi e deve confrontarsi con gli elettori sulla base di ciò che ha fatto, non di ciò che vorrebbe che altri facessero. Gli esperimenti politici partono sempre dal Molise: a Termoli è stata selezionata una classe dirigente forte. Non è nuova ma è decisamente ‘rianimata’.

Caterina Sottile
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mar 22 2010

Termolesità tà tà

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La più bella città del Molise (e lasciatecelo dire) vuole difendersi e pretende di preservare se stessa. ‘Termolesità’ è la parola con cui dichiara che si fiderà solo di un sindaco che conosce il territorio che amministrerà e saprà tenerne cura. E la si dichiara a tamburo battente, come in una parata. Lo Zuccherificio, la Fiat, il Nucleo industriale, il mare, il commercio, la piccola impresa sono linfa vitale di una città che ha dato, molto, a chiunque vi sia arrivato. Termoli è stata sempre il ‘nord del Molise’, il luogo dove trovare un’opportunità in più. Ed ha pagato, ampiamente, anche lo scotto di un progresso industriale invasivo per un lembo di terra così piccolo. In difficoltà sono le aziende, ma soprattutto il commercio. I negozi storici di Termoli, i ristoratori, i balneatori meriterebbero attenzione vera, perché sono l’economia possibile, quella che non ha bisogno di grandi piani ma che di fatto rende viva la città. La campagna elettorale per le amministrative 2010 ha rispolverato l’orgoglio dei confini e ciascuno dei candidati rappresenta il tema a propria immagine: per Di Brino la termolesità è orgoglio e tradizione ma dichiara che ‘Termoli è di chiunque le voglia bene’. Per Di Giandomenico è riscatto e resistenza contro ‘l’invasore isernino’. E lo stesso dicono dal forte di Filippo Monaco, i candidati dell’IdV; ma con un piglio più pragmatico, senza quel sentimentalismo propagandistico di Remo. Hanno lo stile ‘enciclopedico’ di Di Pietro e citano numeri, dati, circostanze: “L’Interporto? Era partito con l’amministrazione Greco e il governo regionale lo ha fermato…Iorio non ha voluto far sviluppare Termoli perché non omogenea con la sua politica, perché Greco ha combattuto fortemente lo iorismo”. A Monaco, d’altronde, tocca fare ‘l’inseguito’, e preferisce parlare agli elettori senza preoccuparsi troppo degli altri candidati. Erminia Gatti declina ‘la termolesità’ con quella apertura cosmopolita della sinistra intellettuale e progressista: temi grandissimi, tanto grandi da sembrare inafferrabili: nucleare, salute, energia eco; e Termoli è un luogo da cui possono partire tutti i treni imperdibili. Antonio Fasciano la termolesità ce l’ha in versi grazie a Cannarsa. Una volta i dibattiti si animavano su cosa è di destra e cosa di sinistra; ora su cosa è termolese e cosa non lo è. Bastava candidare la squadra del Termoli, chessò, e si poteva vincere? Le differenze di intepretazione, sfumature, poco altro, sono tutto ciò che resta degli ideali, delle differenze che dovrebbero distinguere uno schieramento dall’altro. Che si tratti di realpolitik o post ideologismo, lascia un sapore strano, come di edulcorato. Il governo regionale è lo straniero cattivo che vuole occupare il villaggio ma ci si chiede se i termolesi siano elettori in Molise. Perché la maggioranza eletta, anche e soprattutto dai termolesi, è diventata all’improvviso pericolosa, estranea? Sulla base del suo operato? Sarebbe legittimo, vivaddio, se così fosse. La perplessità proviene semmai da un’impostazione che forse a lungo andare non si rivelerà utile, per nessuno. Se le elezioni di Termoli diventano un referendum su Michele Iorio i termolesi potrebbero chiedersi ‘che c’azzecca’ con loro e perché dovrebbero fare da test politico. La termolesità, forse, è in chi a Termoli vuole far bene e governando bene, potrà essere, per naturale evoluzione, barriera contro gli invasori occulti o quelli dichiarati. Una sintesi di come viene percepita questa chiassosa campagna elettorale, tutta a base di imperialismi e secessionismi, ce l’ha data un elettore onesto, una di quelle persone che è bello definire ‘per bene’. E’ di sinistra ma siamo certi che ha lo stesso sconcerto di un elettore di destra di fronte ad una Politica che si vergogna delle idealità e insegue il consenso piuttosto che produrlo: “Ogni tanto scendo giù nel mio studio-taverna e guardo al muro la bandiera rossa con falce, martello e stella; e mi faccio passare la voglia di menare le mani”.

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mar 20 2010

Le paranze alla processione di San Basso

Published by Caterina Sottile under primapaginamolise

“San Basse che du märe si’ u patròne e t’hi a putènze de fä u bbéne e u mäle, libbrece da benazze e tempuräle, da sécche, da dammaje e da cefròne”. 

La processione in mare delle elezioni 2010 con la paranza, la grande rete per tutti i pesci

Erminia Gatti è entrata nella campagna elettorale con fierezza. Scelta la strategia, la sta perseguendo con estrema determinazione. La matita di Garofalo, strabiliante vignettista del foglio off line di Primapaginamolise.it, la dipinge come una ‘aristogattina’, col pelo fluente e lo sguardo sensuale.  In realtà, Erminia sta mostrando artigli un po’ più grandi di quelli di un gattino. In questi giorni ha la voce roca, come se qualcosa in lei si stesse trasformando. Prevediamo che all’improvviso le sfuggirà un ruggito, tra un sorriso e l’altro.  A capo di una lista politica, con il valore aggiunto del ‘tecnico’, dell’avvocato specializzato in diritto amministrativo, punta a catturare il voto giovane, quello che devi guadagnarti ad ogni elezione e non è mai scontato. 

Osservando la politica termolese come uno spettatore profano e un po’ ingenuo, queste amministrative 2010 sembrano una battaglia navale: ciascuno si sceglie un obiettivo, finchè rimarranno solo due navi e sarà più facile decidere, allora, in che modo colpire. A sinistra si procede col criterio della selezione naturale tra simili. Gatti contro Monaco e chi la spunterà sarà l’interlocutore unico dell’avversario ‘extra moenia’. Ma oltre a ciò, perché Erminia Gatti si è fiondata con tanta veemeneza contro Filippo Monaco? Perché la distinzione da chi vuole rappresentare lo ‘zoccolo duro’ del popolo di sinistra può avvenire solo catturando il voto moderato, magari libero e non troppo ideologico. E allora, chi non vota tradizionalmente a sinistra potrebbe rimanere nelle maglie della rete di Erminia. Sempre di partiti si tratta, non è più tempo di procedere a braccio. Un po’ come è accaduto alle ultime elezioni politiche. Pur nel litigioso contesto della coalizione fra PD e IdV, Di Pietro ha sorpassato il PD ma ha tenuto nel centro sinistra tutti i delusi, gli scettici e i nuovi elettori in cerca di alternative. Si vede che il PD ha imparato la lezione o, forse, ha proprio cambiato università. 

Monaco, da parte sua, fa il suo mestiere e lo sa fare bene. Dentro il suo progetto c’è tutto quello che serve ad essere popolari, ‘di rottura’, si diceva una volta. Però, i nomi e l’assetto mostrano un basamento istituzionale, di buon apparato, che accontenta anche chi non si fida troppo delle nuove proposte a tutti i costi. 

Fuori dalla mischia, ma dentro il dibattito a pieno titolo, Antonio Fasciano, navigatore solitario e rassicurante. Una chicca assoluta della sua propaganda elettorale è la poesia in termolese scritta e recitata da Nicolino Cannarsa. Basta da sola a voler bene a Termoli, elezioni o meno. 

A destra, niente di nuovo. Basso Antonio Michele Di Brino gioca ancora in difesa, contro chi, dando per scontato che è forte, cerca di mordere alle caviglie, provando a sbilanciarlo almeno un po’. 

Riemergi…Termoli!
Remo nuota sotto, a mani giunte, come se volesse spartire le acque. Si presta ai giochi dell’informazione on line, si lascia intervistare via YouTube, ‘chatta’ con chiunque, ammiratori o critici. Ha persino ammesso di amare una canzone: “Io ti darò di più”. Nel tentativo (pressochè inutile) di provocarlo, gli abbiamo suggerito un’altra canzone: “La voce del silenzio”, intepretata da Mina. Ed ha replicato che ‘il silenzio, a Termoli, potrebbe esplodere proprio come Mina’, schivando come un’anguilla interrogativi troppo intimistici. Si dichiara contro nucleare e inceneritori; parla di riqualificazione dell’ambiente, di turismo, di arenili e di mettere mano al piano regolatore. Una vena ecologista che non sospettavamo, ma rivelatrice. 

Ne deduciamo che le ‘barricate’ preliminari, come una scrematura, serviranno a compattare sempre di più, dalle diverse postazioni, un gruppo dirigente che vorrà esserci quando si deciderà davvero.

 caterina sottile
  *Primi versi della invocazione a San Basso, in termolese
Nota
 A Paranze è una grossa rete a strascico ma indica anche la barca da pesca in cui si utilizzava quel tipo di rete.  Ora è il nome di un famosissimo gruppo folkloristico di Termoli: A Paranze.it
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mar 18 2010

TERMOLI 2010/Sparte palazze cha reste cantone

Published by Caterina Sottile under primapaginamolise

Vincere le elezioni non interessa più neppure ai partiti. Quando a Termoli ‘c’era Lui’ neppure l’ultimo dei partitelli di proporzionale evanescenza avrebbe mai ammesso una debolezza. Al tramonto della seconda repubblica non abbiamo ancora trovato una lingua vera, che non sia dialetto e che serva a comunicare con la gente. 

Disquisendo di politica nazionale, qualche giorno fa l’avvocato Campopiano ha scritto: “In questo quadro avvelenato ciascuno gioca la sua personale partita, che  però è una partita truccata, essendo di tutta evidenza, al di là delle parole, che il confronto/scontro non si attua tra i partiti o le coalizioni, ma si risolve all’interno dei partiti e delle coalizioni“. Nulla da aggiungere, soprattutto perché se è compatibile con tutti i livelli istituzionali e senza limiti geografici significa che è un problema oggettivo e universale. Tornare al proporzionalismo, come si augura Campopiano, non risolve, ma costringe a giocare ad armi pari tutti.  Ma poi, per vincere e governare, bisognerà sempre trovare il modo di ampliare le coalizioni. Tanto vale.

Sotto l’ombrellone delle elezioni termolesi le allegre comari da spiaggia sono al “chi sing ie e chi sì tù” e a destra respirano a pieni polmoni. Di Brino, sotto il marchio di Berlusconi e Iorio, ha un gruppo imponente e se fosse stato debole non avrebbe concesso fughe autonome a nessuno, pur di provarci. L’aveva capito subito Remo, che come tutti i gatti, odia l’acqua e si tiene a distanza dalla riva. Fiutato il garbino avrà pensato che la strada di Iorio era davvero troppo spianata e si è messo ad aspettarlo con un banchetto, (di quelli che non piacevano a Greco) davanti al Municipio. Uno ‘stand’ che secondo i sondaggi potrebbe valere il 7% dei consensi e secondo me anche un po’ di più. Non tanto in termini di quantità assoluta, quanto di peso specifico. Perché quanto meno varranno i partiti di centro sinistra, tanto più aumenteranno i metri quadri edificabili del centro destra. 

Certo, anche a Termoli il partito più pericoloso è quello dell’astensione, e ne ha dato un esempio Nicolas Sarcozy. Malgrado le fusa affettuose della bella Carla, quando il popolo si stufa, si stufa. A sinistra, la ‘tematica’ è la discontinuità col governo Greco. 

Avendo contro l’anti Greco per eccellenza, tornato in fretta dalla sua vacanza al polo nord, cosa fanno a sinistra?
Rivendicano la bontà di quella scelta, la paternità di quel tentato cambiamento? No! Si stracciano le camicie rosse per dire che loro non c’erano, e se c’erano, dormivano. Filippo Monaco, per quanto possa aver condiviso le idealità ecc ecc da quella amministrazione è uscito traumaticamente, sostituito in corsa proprio da Vincenzo Greco. E allora, quale parte del PD è più ‘discontinua’? Danilo Leva, segretario regionale del PD, avrebbe dovuto arrabbiarsi un po’ di più con Michele Iorio che della Gatti dice: “Una bella signora che rappresenterebbe Costruire Democrazia che nel frattempo non va più costruita perché è già nel Pd” e non con Monaco, che nel PD, coram populo, c’era già. E infatti, proprio Iorio fa notare che “ora non si sa chi rappresenti”.
Non è una bella cosa, soprattutto perchè è vera. Dal PDL ci vedono benissimo, a quanto pare.

Ma il problema è un altro, direbbe D’Alema; persino lui nel frattempo ha dovuto far pace con Vendola, per volontà popolare. A Termoli, la preoccupazione è dimostrare di non voler più bene a Greco e possibilmente, di non avergli voluto bene mai! A parte che il notaio è più visibile ora di quanto lo sia mai stato durante il suo governo, forse non tranquillizza abbastanza il bis-PD che l’elettore che vorrà scegliere la discontinuità avrà un bel ventaglio di opportunità, tutte sotto i simboli del PDL .
 
caterina sottile

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mar 15 2010

La falda freatica del PdL

Published by Caterina Sottile under primapaginamolise

I sondaggi danno il centro destra di Di Brino già ad oltre il 50%. Se così fosse, non ci sarebbe il problema del ballottaggio e Termoli avrebbe già deciso che Basso è meglio. Tutto ciò ha affermato Iorio all’incontro con l’UdC. Velardi comosso ed entusiasmo cameratesco in sala, Michele Iorio ha instillato una buona dose di energia alle sue truppe azzurre. 

Di Remo Di Giandomenico non parla. Del centro sinistra invece dice più di quanto ci si aspetti: Erminia Gatti dovrebbe ricostruire qualcosa che è già PD e Monaco non si sa chi rappresenta. Ipse dixit. Aggiunge, di sguincio, che un voto a Di Giandomenico è un voto buono per gli altri. E ha già stabilito, dunque, che Remo è un elemento di disturbo del centro destra e che contribuirà, semmai, a rafforzare la sinistra. 

Il presidente del Molise ha un modo di parlare straordinariamente chiaro. La sua lingua è pregiata come quei cappotti che puoi rivoltare all’infinito e tornano nuovi e diversi ad ogni stiraggio. Tutti lo capiscono, indipendentemente dalla livello di istruzione. Chi non sa nulla di Termoli e del Molise avrà capito che Di Brino è un candidato forte, in una coalizione di Governo che ha progettualità e rappresentatività politica. Chi ha seguito le vicende termolesi più da vicino coglie anche un bisogno di ridimensionare il pericolo ‘Remo’ ricorrendo allo spauracchio del comunismo: al di là del colle governativo sono tutti sovietici ed è meglio stare uniti e non disperdere calore prezioso in caso di tormenta. E’ un atteggiamento coriaceo, come chi viene da una storia politica da protagonista ma è un po’ impreparato alle fasi di stasi. 

Nel centro destra ioriano non ci sono ‘seconde file’; ci sono ruoli e responsabilità diversi. Ecco perché la disposizione verticistica, che per molti è oggetto di critica feroce, risulta sempre vincente politicamente. Non sappiamo ancora se lo sarà elettoralmente, ma Termoli è un luogo reale in un contesto reale, da cui non è separabile a colpi d’orgoglio. E fin qui, ha ragione ‘Colui che viene’ nel nome del Molise.  A sinistra, invece, non è come racconta, in pubblico, Michele Iorio. Filippo Monaco continua il suo percorso e per quanto impervio è servito a raccogliere i cocci, pezzettino a pezzettino, di chi ha conservato un legame ideologico con la politica e spera ancora di potersi fidare dei suoi nomi storici. Dopo Greco, bisognava dimostrare che la sinistra c’è, a prescindere dalle abdigazioni temporanee  a favore delle grandi coalizioni ‘tecniche’. Il PD, da parte sua, ha scelto una donna che deve ancora poter dimostrare quanto vale. Non ha un curriculum politico e non è detto che ciò non le sia utile; se non altro, non ha niente da rimproverarsi rispetto agli errori che di solito vengono sviscerati nelle campagne elettorali. Di Erminia Gatti si può dire cosa non è ma non cosa non ha fatto. E per ragioni diverse, la stessa fiducia la merita Fasciano. In zona centro sinistra, insomma, i pianeti sono tornati a cercare l’orbita della gente, suo interlocutore naturale, e sventolano i temi più efficaci: l’ambiente, la salute, la cultura, le discriminazioni, la qualità della vita quotidiana. 

Al centro l’assetto è da difesa: il pdl che dice di amare Termoli si difende dal pdl di governo, a prevalenza isernina. Un ‘Kramer contro Kramer’ che ha qualcosa di costruttivo, politicamente, non di distruttivo. Iorio vorrebbe ‘calare’ da Isernia, utilizzando la sponda Di Brino,  e a Termoli sono pronti a dimostrare di non averne bisogno. Di Giandomenico ha dato un’impostazione un po’ risorgimentale della propaganda elettorale che  potrebbe localizzare una falda, una crepa sotterranea nel centro destra. Lo dicono, fiduciosi, i suoi sostenitori. Si usano parole come ‘annessione’ e ‘barricate’ come se a Termoli si preparassero le cinque giornate di Milano. Certo, fossimo a Milano, saremmo già avanti col lavoro. 

Tanto per aggiungere ceppi al fuoco, quel disobbediente di Vitagliano tesse l’elogio di La Penna e ne ricorda l’intelligenza, la capacità di vedere lontano, fino a noi. Chiedo scusa se mi ripeto, ma ci andrei cauta a citarlo. Scrive l’assessore alla Programmazione: “.. un grande uomo che, insieme ad una responsabile classe dirigente, ha consentito a noi di vivere e crescere in un Molise con scuole, strade, ospedali, Università, laureati e, soprattutto, con una nuova dignità civile. Quanto è rimasto di quella passione civile per la modernizzazione della politica? … Guardava con tristezza a questa abdicazione lui che concepiva la politica come educazione attraverso l’esempio.. e questo, a mio giudizio, il contributo più importante che la classe dirigente e il Molise gli devono riconoscere è la capacità di vedere nella politica l’insegnamento di un costume e di un comportamento….

<Per il futuro possiamo dare testimonianza> diceva <anche salvando e difendendo quello che c’è, avendo tutti noi il dovere di consegnare ai figli il nostro Molise in condizioni migliori di quelle in cui l’abbiamo trovato.> 

Ed infatti, e Vitagliano lo sa, a Termoli ed in tutto il Basso Molise abbiamo un disperato bisogno di strade, di sanità accessibile davvero e di riqualificazione del lavoro. In questa parte del mondo affacciata sul mare, nata per essere ricca per privilegio naturale, non abbiamo tanto la necessità di inventare l’occupazione ma di evitare che ogni nuova scelta di pianificazione divori ciò che già c’era e che magari aveva garantito la vita per decenni. Parlo di piccolo commercio, di agricoltura, di turismo, di artigianato, e parlo di come trovare il modo di non danneggiare questa rete di per sé essenziale ogni volta che si tenta di ‘innovare’. Preoccupazione da cui l’assessore si smarca: “E se c’è un vero elemento negativo dello sviluppo – poco imputabile alla politica per la verità – è quello della la mancata realizzazione di un sistema integrato, della efficace integrazione produttiva tra settori dominanti e le altre attività economiche, per il quale l’impegno non poteva che essere della classe imprenditoriale”

Vero è che la politica esercita il suo ruolo di indirizzo e l’impresa dovrebbe fare la sua parte sul campo. Ma non sempre i due ruoli si incontrano sugli stessi obiettivi. Però, la visione prospettica del tecnico non rinuncia alle umane passioni del politico e alla fine scrive: “..La storia è ricca di tradimenti rispetto a questa missione e tutte le volte che ciò è avvenuto sono arrivati tempi bui. Una memoria per tutte: nel primo esercizio di democrazia referendaria che si ricordi il popolo, opportunamente stimolato, scelse. E fu crocifisso Gesù, non Barabba!” 

Ed eccolo, il rivolo d’acqua che si insinua nella crepa; e se ne appropria. Girolamo, avrebbe detto: “Gianfrà, scendi dalla croce, che serve altro vino”.

 
 caterina sottile
 
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mar 14 2010

Piani cartesiani

Published by Caterina Sottile under primapaginamolise

di Caterina Sottile

Il sole di Marzo non basterà ad asciugare la sabbia bagnata di Termoli, dopo le alluvioni, vere e metaforiche, della sua storia recente. Eppure, queste elezioni di primavera, anomale, cominciano a scaldare il cuore. Remo Di Giandomenico ‘si è rialzato’ davvero ed all’incontro al Garim ha chiamato a raccolta tutto il suo popolo; è stato più semplice di quanto lui stesso potesse immaginare.

L’uomo venuto dal ghiaccio chatta su facebook, (o forse qualcuno lo fa per lui, ma avendo cura di non non travisare il suo pensiero), parla con i ragazzi, e al primo incontro pubblico è arrivato in maglione ‘azzurro sciatore in pausa’; Kipling e la struggente ‘If’, icona poetica dei buoni che non si arrendono mai, è il suo manifesto: “Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina E trattare allo stesso modo quei due impostori; Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi …” 

A noi giovanotte di periferia Marzo ricorda più D’Annunzio: “Piove su la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude ‘.

Remo di Giandomenico ha però una forza che non si può eludere perché è radicata nelle cose, nella memoria, nella realtà, materiale o ideale, di questo territorio.

Lo ha dimostrato lui stesso attingendo ad un vecchissimo manuale di galateo democristiano per affrontare il ‘tuffo’ nell’acqua gelida del dopo black hole. E lo ha superato, con invidiabile stile. Non aggredisce, non mostra alcuna veemenza vendicativa. Sorride e glissa. Se costretto, replica con frasi di circostanza, ma con calma. E’ così che ha ipnotizzato il nemico, come un incantatore di serpenti. Nessuno osa rinvangare strumentalmente i fatti che hanno travolto Termoli prima che arrivasse Vincenzo Greco. Si è collocato senza sforzo in uno spazio naturale, quasi fosse rientrato in un paio di scarpe un po’ irrigidite ma di pelle morbida. E con le suole di gomma, per non far rumore. Fatalmente, ha impresso alla campagna elettorale i suoi tempi e i suoi toni. Il dibattito c’è ma è pacato, sgusciante: dopo un terremoto giudiziario in cui tutto è stato già detto, già visto.

Termoli 2010 somiglia un po’ alla campagna elettorale di Larino dopo il terremoto, vero, del 2002. Anche allora il centro destra era spaccato e il PDL di Governo aveva un candidato fresco, a suo modo nuovo, seppure rigidamente istitituzionale. Termoli però ha un’attesa diversa e inedita. La partita, questa volta, non è ideologica e non è emotiva ma la città aspetta la sua nuova classe dirigente, tutta da ricostruire. Indipendentemente dall’età, dai nomi, dalle esperienze. Forse ricominciamo a sentire nostalgia per quella solennità polverosa che chiamavamo ‘apparato’. Tanto che non ci sembra stridente che chi ha governato il Basso Molise, e non solo, per molti decenni, ora parli di ‘rinnovamento’.

E perché non suona strano che Remo Di Giandomenico parli di sé come ‘il nuovo’? Così nuovo è il vento che soffia a Termoli che su tutto il centro destra, da Di Brino a Di Giandomenico, aleggia continuamente il nome di Girolamo La Penna. Lo si cita con orgoglio, come un testo sacro.

Forse Gianfranco Vitagliano non ha torto: la gente ha bisogno di Politica, disillusa dall’incontrollabilità di chi non è riconoscibile, non è collocabile in un meccanismo armonico e soprattutto, autoctono. Girolamo è un ‘marchio comune di garanzia’ ma da citare cum grano salis. Volendo giocare un po’ al gioco dell’enciclopedia lapenniana, citeremmo un brano di un suo articolo del Maggio 2003. A ‘quel tempo’ ce l’aveva a morte con l’Udc: “L’Udc soffre del complesso di ritenersi la prima forza della regione e di non avere il potere direzionale e sviluppa un continuo antagonismo con Forza Italia..”

E continua con poca preoccupazione di essere gentile dicendo che si trattava di una guerra di sottopotere con cui l’Udc di quegli anni avrebbe voluto disconoscere a Forza Italia (e al Presidente della regione, che anche allora era Michele Iorio) le prerogative assegnategli dalla legge e dagli elettori. 

Grazie a dio sono troppo giovane per averlo conosciuto bene, ma deduco che sarebbe meglio non rievocarlo troppo.

Remo Di Giandomenico però, piaccia o meno, al Garim ha dato una lezione di resistenza nei lunghi percorsi: la politica è uno schema complesso in cui l’ascissa è la personalità, l’intelligenza individuale; l’ordinata è la presenza nel tempo sul territorio. Come lui stesso annuncia, porta tempesta. Non dice che forse non vuole davvero irrompere negli equilibri utili al consenso popolare, ampio, del centro. Perchè non è tanto una faccenda di spazi ridotti ma di eccesso di capienza per una tradizione cristiano democratica che evidentemente non ha mai davvero perso il contatto con la gente. I poli opposti sono, semmai, Politica e anti politica. E dimostra, suo malgrado, che finchè si vorranno concepire alternative a tutto ciò, senza una presenza vera e profonda nei luoghi, ad ogni elezione si dovrà ricominciare da zero.

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feb 18 2010

TERMOLI 2010/ Romolo e Remo

E’ intervenuto, quasi sottovoce, l’assessore alla programmazione. Non ha resistito alla tentazione di commentare. La sua generazione è abituata, ed è una buona abitudine, alla dialettica pubblica, per dire o non dire. I democristiani, in particolare, erano educati fin da piccoli a quella ‘dotta, omertosa eloquenza’ con cui rendevano bella e possibile ogni cosa. Ciò che non si poteva fare era “realizzabile in futuro”. Se invece bisognava fare qualcosa di antipatico, di impopolare, dicevano che “era una fase transitoria, da cui emergeranno nuove opportunità”. In questo caso, però, ‘lo squalo bianco’ è davvero riemerso dal mare di Termoli. 

L’analisi di Gianfranco Vitagliano rivela un istinto di preservazione della specie che ci ha procurato un brivido. Blandisce il ‘rischio Filippo Monaco’ archiviandolo sullo scaffale della fenomenologia dei girotondi:Monaco, umiliato da Greco e dal Partito al quale dichiara ancora di appartenere – Partito che non ha mai speso un sussurro in sua difesa e che lo ha, ancora oggi, apertamente e con sufficienza trascurato – si ripresenta con tempismo e con un abile operazione ” di base”, apprestandosi alla riedizione del modello Greco: tutti dentro per vincere, indipendentemente dalla “maglia” e nonostante un enorme divario nelle provenienze e nella aspettative. Poi, si vedrà! Il bagaglio verbale, con gli stessi testimoni, è lo stesso del suo carnefice: luoghi comuni; richiamo alle regole (non si sa quali ma va di moda!); un immorale moralismo; lo spettro del passato e poi, tanto non guasta, i soliti: nepotismo, clientelismo, gli interessi, i padrini“. In pratica, sottolineando le divisioni interne, le ambiguità, mostra il lato b dell’era aurea di Vincenzo Greco e la liquida con un: “Ma non era come sembrava

Su Remo Di Giandomenico è più cauto ma dolorosamente gentile. Di una gentilezza che inquieta: “Di Giandomenico ormai non sorprende più.  Avrebbe trovato comunque il motivo per uscirsene. Lui è l’uomo della diaspora, delle rotture, del “rompi intanto e poi vediamo che c’esce… Lui “domestico” che nel maggio 2002 venne imposto a Termoli da un tavolo romano dove non mi pare sedessero termolesi”.  La memoria dei fatti, inevitabilmente comune, assume la levità letteraria di un ‘epitaffio’: “Remo ha avuto sempre una concezione egocentrica e contingente della politica, all’interno della quale la condivisione e la composizione hanno sempre richiesto agli altri lo sforzo, la rinuncia maggiore. ..La sua non è stata mai leadership persuasiva e conciliante…Di Giandomenico non si propone, s’impone come ha sempre fatto. E con questa indole ci si è scontrati quando, democraticamente e in tanti, abbiamo scelto una linea e un candidato che non coincideva con le sue intenzioni…Fin qui, Vitagliano ha preso la mira. Per una strana associazione di idee, viene in mente l’epitaffio sulla tomba di Robespierre: “Passante, non piangere la mia morte. Se io fossi vivo, tu saresti morto”.

Il sasso, però, lo ha lanciato preservando la ‘specie’, la ‘termolese razza padrona’: “Detto questo comprendo la voglia – quasi il diritto – di riprendersi quello che democraticamente gli è stato dato e che non democraticamente gli è stato tolto“. Silvio Berlusconi, al confronto, è solo un giovanotto molto intemperante. Ciò che il Premier dice senza troppa cura per la forma, Gianfranco Vitagliano lo esprime con l’insinuante discrezione di un bisturi. 

Di Giandomenico, ne deduciamo, avrebbe il solo diritto di riscattare se stesso (perseguitato da quelle toghe rosse e da quell’immorale moralismo da cui si è generata la politica società-civilista di Greco?) Ed infatti, Vitagliano associa Monaco e Di Giandomenico come espressioni speculari della stessa ‘apolitica’. Sa che gli iscritti del PD, e anche dell’IdV, non la pensano così; ancora più difficile è penetrare nelle certezze degli amici di Di Giandomenico. Ma ha trovato un modo astuto per dire che entrambi sono mossi da un bisogno di rivalsa personale e non hanno sostanza politica, condivisibile, con cui poter rappresentare Termoli, anche se ostentano un ‘orgoglio termolese’ che non riconoscono a Di Brino. 

Eppure, se alle parole dessimo il peso che hanno, le sue dovremmo tenerle a mente. Perché non dice di aver ragione; dice di ‘voler dare ragione’ alla Politica e di voler chiedere ai termolesi di scegliere obiettivi e squadre. Un voto razionale, non affettivo, non fideistico. “La Stato sono io! Ma ve lo dico con democratica cortesia e in nome del bene comune”.

caterina sottile

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feb 18 2010

Antologia di luce bianca: Pietro Picucci, un medico sensibile come un poeta

Un passo a due, delicato, come tra due esseri che si amano e si conoscono profondamente. Lui conduce per mano lei e si incontrano con commovente bellezza.  Lui è il medico, la scienza, la ricerca. Lei è la malattia. Fra loro, la fragilità umana diventa poesia. ‘Antologia di luce bianca’ è il dono bello di un medico agli uomini e alle donne che ha accolto fra le braccia della sua conoscenza. Quarant’anni fra i corridoi di un reparto di chirurgia e la sala operatoria sono diventati poesia e raccontano il cuore e le emozioni che attraversano la ‘luce bianca’ di un ospedale. Pietro Picucci, chirurgo dell’Ospedale Vietri di Larino, ha conservato in sé ogni volto, ogni voce delle persone che ha curato e ne ha raccontato l’anima. Il dolore, le paure, le attese di un malato che cerca risposte nell’apparente imperturbabilità del suo dottore; ma anche l’ironia travolgente di un uomo intelligentissimo che gioca e domina la complessità della vita sorridendo al ‘male di vivere’.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 
Il Toscano sempre fra le dita, la barba che sembra neve morbida quando la paura del dolore ci fa avere freddo e il camice indossato come una sciarpa leggera nelle tempeste del mondo reale. Le sue Poesie di luce bianca hanno nomi di uomini e donne reali e hanno preservato il valore incantevole della loro esistenza. Ma dentro lo spazio stretto di una corsia, guizzi di geniale e rivoluzionaria disobbedienza alle convenzioni: il bisturi è un folletto incontrollabile e “sguscia, come biscia che striscia. E arriva la visita, che poi è una svista..”. Si ride, tenendo tra le mani questo libro che sembra un vecchio quaderno trovato nel cassetto di un nonno. Lo ha voluto proprio così, il dottor Pierino Piccucci, perché ci fosse familiare. Dentro c’è la nostra storia e la nostra dolcezza, il ricordo di una ruga profonda come una ferita ma anche la risata imprevista di un uomo fortissimo che combatte e si ribella nel campo di battaglia di un letto d’ospedale. E su ciascuna di quelle storie infinite e struggenti c’è lo sguardo complice di un medico che non ha mai dimenticato di ‘avere fra le mani la vita degli uomini’. Ha portato con sé tutti i cuori e tutte le speranze dei malati che ha incontrato e li ha restuiti al mondo attraverso la luce tenera della Poesia. Stampato dalla Litografia Rossi e con una pregevole prefazione, commossa e sensibilissima, di Umberto Cerio; vi troviamo, finalmente, le risposte che cercavamo e non sapevano fossero dentro la bellezza delle parole. Ce le ha tenute in serbo il dottor Picucci con la saggezza di chi della malattia conosce l’infida cattiveria,  perché non andasse sprecato neppure un attimo del tempo che gli uomini attraversano, talvolta fieri, talvolta stanchi, ma mai inutilmente.  ”Ape ronzante di albe e tramonti, ore nutrite di stanchezza e silenzi…il nero addolcisce il tuo biancore niveo”. Tutta la vita nel singhiozzo di due righe; e tutta la forza necessaria a viverla è nel sorriso mite di un medico irriverente e straordinario.
Caterina Sottile
http://www.primapaginamolise.com/detail.php?news_ID=27190
NICOLA DE FRANCESCO
http://www.termolionline.it/notizie/la-poesia-tra-le-corsie-di-un-ospedale-15282.html
S
http://www.primonumero.it/attualita/news/topnews.php?id=1266826971
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feb 16 2010

Io amo il PD e gli dico che un altro medico è possibile…

Un altro mondo è possibile, se troviamo subito un medico! Un nome ci viene in mente, così, quasi per caso: il dottor Zivago!

A Termoli, un  bel Zivago potrebbe essere il  dottor Rocchia! Chissà se accetterebbe. Ci aiuterebbe a superare il gelo siderale del centro sinistra

Al PD l’unica cosa di sinistra rimasta è Frà Filippo, Monaco benedettino. Sempre in cerca di grane. Anche lui è cosmopolita, e ha amici persino a Isernia, quasi come Vitagliano o Di Brino. Solo, essendo un frate di sinistra, i suoi amici isernini sono magri, pallidi e poco cordiali. E non vanno d’accordo con Danilo Leva. 

E allora, dopo Spagnuolo, dopo Fiore, suggeriamo Rocchia. Non per fare torto a Monaco, che sarebbe perfetto per il ruolo di candidato del centro sinistra. 

Ma al PD di Termoli non serve un candidato, serve un caminetto acceso, una poltrona comoda e tanti bei ricordi. 

Però, non può finire con Veltroni! Dateci l’emozione di un ballottaggio sul tema di Lara! Fateci sognare! Un dottor Zivago per noi signore attempate, che abbiamo conosciuto D’Alema, poi Veltroni, poi Franceschini, poi Bersani e abbiamo capito perchè a Isernia si vede il mare e a Termoli c’è sempre la nebbia. 

Metti che Frà Filippo spunta un ballottaggio contro Di Brino, chi lo dice a Bersani? Come gli spieghi che non era il candidato giusto? 

Yuri Zivago, con quella sua aria russa, spiegherebbe ogni cosa. Ruta, Leva, Francy Totaro, fateci sognare ancora. Il numero del dottor Zivago Rocchia ce l’abbiamo e la linea è anche libera. Ma prometteteci che non lo darete a Di Pietro.

Minima moralia

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feb 15 2010

IdV-PD: Chiamate un medico!

Abbiamo visto cose che voi umani…
Il Pd e l’IdV cercano un medico.
Hanno lanciato l’SOS ma non è ancora arrivato uno specialista adatto a risolvere il problema. Michele Iorio, sempre avvantaggiato, siccome è medico egli stesso, ha trovato subito un buon infermiere e si è allestito la sua clinica elettorale senza troppe complicazioni.  Comunque, più che un consulto medico scientifico, la ricerca del candidato IdV-PD sembra un accertamento fiscale coatto, con iscrizione a ruolo d’ufficio. I candidati vengono segnalati a loro insaputa e devono presentare regolare ricorso  per sottrarsi alle sanzioni. 

Forse per questo pare che abbiano visto Remo Di Giandomenico ridere di gusto. Nessuno l’aveva mai visto neppure sorridere di gusto. Nemmeno accennare una smorfia della bocca di gusto.

Lui non fa mai nulla per il ‘gusto’ di farlo. In effetti, avrà pensato: “Sono il candidato perfetto: provengo da una  famiglia di medici, piuttosto nota; peraltro, tutti primari”.

Si vede che certi compiti non si possono demandare a nessuno. Chi fa da sé, fa per tre. Ma non rideva per questo. Remo, il Gattone per gli amici, rideva perché pensa che almeno il centro sinistra è migliorato, anzi, sta proprio meglio; ora chiama il medico. Due anni fa aveva cercato direttamente il notaio.

Minima moralia

Il PD e l’IdV volevano un primario ma pare che i poveri primari siano tutti molto occupati a tenere in piedi gli ospedali del Basso Molise. Se ci si mettono anche i partiti a svuotarli, la razionalizzazione si compie per forza.

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feb 12 2010

AbBasso il PD! Di Pietro, Leva Ruta …

Di Pietro il Grande
Aveva lanciato un missile terra-aria da Termoli: “Vincenzo Greco è il nostro candidato, contro la politica degli affari e contro chi ha fatto di tutto per rompere la coalizione di centro sinistra. Greco non si è dimesso per problemi giudiziari ma perché lo hanno tradito e venduto. Non farò accordi con chi insegue il potere per il potere. Voglio vedere i programmi. No al nucleare, senza possibilità di trattativa e legalità, legalità, legalità. Nessuna possibilità di mediazione con i farabutti e gli affaristi. Non sono contrario alle primarie, fermo restando che il nostro candidato è e sarà Greco; il problema è che prima di tutto dobbiamo creare la coalizione. Ci incontreremo sui programmi.  Senza coalizione che primarie andremmo a fare? L’obiettvo è sconfiggere il sultanato di Iorio”.

Di Pietro non parla mai in politichese, e aveva ragione. Di quale aggregazione ampia si poteva parlare con un PD che si è dichiarato guerra da solo e che la guerra l’ha anche vinta? 

Ma qualche giorno dopo aver espresso la certezza assoluta sul nome del sindaco uscente, ha capito, e bene, che il problema non era solo Greco. A sinistra, come direbbe Basso Di Brino, solo macerie.

Il centro destra ha un vantaggio enorme in queste strane elezioni in cui sembra che non sia Termoli la città da governare: non ha un metro di paragone con se stesso. Greco non aveva vinto sul centro destra ma sulla persona di Remo Di Giandomenico, che è un partito a sè. 
Il ruolo di Antonio Di Pietro in questo contesto poteva essere risolutivo. Un uomo forte, pur con un plotone debole, avrebbe potuto almeno dare un’impressione di unità rabbiosa. 
 

 

La morsa che tiene insieme il PD e l’IdV nazionali è l’antiberlusconismo, non altro. Sui temi nodali, come l’energia, la Giustizia, Di Pietro scatta in avanti da solo. E in Molise l’antiberlusconismo non è sovrapponibile all’antiiorismo. Chi è davvero l’avversario a Termoli, per esempio? Sul nucleare il suo pensiero è chiarissimo: “Ogni Regione sottratta alla maggioranza di Governo sarà un passo verso la riaffermazione del referendum dell’87 che vietava l’impianto di centrali nucleari in Italia. Non ha senso dire che il nucleare non entra in una regione se poi ce lo ritroviamo nella regione confinante”. 

Il centro sinistra termolese avrebbe potuto recuperare almeno i suoi temi storici e Di Pietro, in effetti, era entrato in campagna elettorale con un salto da Tarzan, urlando contro il ‘sultano Iorio’. Poi è tornato nei ranghi di una ‘scomodità’ tutta interna al salotto del centro sinistra. 
Tant’è, a poche settimane dall’appuntamento politico più importante per Termoli, Antonio D’Ambrosio si è disimpegnato dal PD con un  ‘addio ai monti’  manzoniano; Filippo Monaco, uomo di sinistra, penultima chance del dopo-Greco, non ha superato l’esame ‘equidistanza’. E perché avrebbe dovuto essere equidistante dal suo stesso partito? 

Intanto, se non altro, affrontiamo il problema del riordino degli ospedali con un candidato medico ed uno infermiere, direttamente in consiglio comunale, per precauzione.

 Molti democratici di sinistra parlano di un PD impazzito, autolesionista e di Di Pietro come di un disturbatore che scientemente ha sparpagliato le ceneri dell’ex maggioranza. Sembra semplicistica questa mitizzazione del Tonino cinico e strategicamente demagogico. La scelta del dottor Pasquale Spagnuolo, ex candidato alle regionali di AN e dichiaratamente ‘uomo di destra’ viene descritta dai delusi dei due partiti come una sorta di abbaglio. Un’idea di Ruta, con la mediazione dei vertici romani e approvata da Di Pietro in cambio del ’sultanato di Montenero’.  

Però, tutto ciò è strano! Lino Spagnuolo è un medico amabile, ha molti amici e molti sostenitori: l’Avis, la professione medica, l’impegno sociale sono humus di una cultura politica trasversalista ma rassicurante.  E, inoltre, ha posto la condizione di dover piacere a tutti. Perchè dovrebbe esporsi, senza giusta causa, a tanto clamore? 

Ma, soprattutto, perché PD e IdV avevano bisogno di un candidato presentato come ‘neutrale’ ma di destra? Due domande e già siamo a corto di risposte. Se il laicismo di Vincenzo Greco era la causa della sua incomunicabilità nella coalizione, questo secondo tentativo appare come una perseveranza diabolica

Non è in discussione la qualità del candidato ma non è stato ben compreso il presupposto e, ancora meno, l’obiettivo comune. Due partiti, i maggiori partiti della maggioranza uscente, che si fanno rappresentare da un nome riconoscibile per se stesso più che per la valenza politica rispetto ad essi, penalizza proprio Antonio Di Pietro. 

Di quale sostanza politica è portatore se il centro sinistra perde forma e diventa sintesi casuale di esperienze esterne? Avrà pensato che l’unico modo per far perdere qualcuno di destra, ormai, è candidarlo a sinistra. 
 
 

 

Il centro destra è ‘calato’ a Termoli con un candidato istituzionale, legato al transatlantico del Molise come un’ancora. Il Pd e l’IdV hanno cercato ‘le mani pulite, il volto fresco, il nome illustre’, come se fossero ancora fermi a due anni fa, al dopo-Remo. 

Quando Di Giandomenico fu eletto al Parlamento, il 13 Maggio del 2001, i DS persero Termoli, il suo commercio, le sue aziende, la pianficazione del suo futuro. Allora Di Pietro accusò i comunisti di Fassino di avergli lanciato un candidato come un mortaretto tra i piedi. Di Giandomenico arrivò a Roma con 24.776 voti. Occhionero, il ‘mortaretto’ Ds, ne ebbe 23.918. Di Pietro, 18.778. A Termoli, erano gli anni della sinistra progressista di Giovanni Di Stasi.  Ai Ds mancarono solo 858 voti per cambiare la storia e dopo di allora, l’occasione imprevista venne solo da Black hole, l’inchiesta sulla sanità molisana che fece franare 50 anni di potere democristiano. E arrivò Greco, l’antipolitico più bulgaro della storia contemporanea, ma fu davvero un blow-up.
 
La Politica, d’altronde, è organizzazione delle scelte, e qualcosa bisogna scegliere! Il PD ha scelto il dottor Spagnuolo, salvo ripensamenti, e Antonio Di Pietro ha detto stop, come l’orologio di Portobello. Perché? Qui la risposta la intuiamo: in questa campagna elettorale è fondamentale esserci, anche a costo di farci. Un comunista vero non sarebbe stato più stalinista di lui: ha persino minacciato la cacciata dei ribelli. 

Forse, più che Stalin, ricorda quel tale ex socialista che all’improvviso si stufò di perder tempo con i partiti e se ne fece uno tutto suo, marciando su Roma.

Essere il pugno di ferro di una coalizione di latta non basta più e non gli è certo utile, a lungo termine, la fama di aggregatore di trasfughi. L’IdV sembra spezzarsi, come un pane azzimo condiviso fra chiunque vi si accosti. In Molise ha molto impressionato l’esodo recente, soprattutto perché a partire sono state le giovani promesse, Romano e Gatti. E mentre restituisce la libertà ai suoi falchi, il falconiere mostra strane attrazioni per la destra democratica, antiberlusconiana e progressista. Un’attrazione verso di sé, e non il contrario

Aveva definito una parte del PD come una ‘lobby affaristica’; ma come si recupera la Morale della politica se non restituendo voce ai territori? Il centro sinistra bassomolisano poteva ripartire dalle sue sezioni, non solo dai nomi dei candidati.  Non è scegliendo un candidato per vie traverse che si ottiene un consenso trasversale.

Eppure, Antonio Di Pietro sembra non accorgersi che è egli stesso la soluzione che cerca. Incontra la gente, parla e di lui ci si fida:Il candidato è Greco; non ci sono possibilità di mediazione con chi lo ha venduto; dobbiamo oscurare il sultanato di Michele Iorio..” 

E invece, accetta la trattativa col PD e una candidatura non condivisa dalle rispettive basi; fosse anche la migliore possibile, andrebbe spiegata meglio.  Ma Pialì Pascià Di Pietro non spiega  niente a nessuno.  
La politica del fare il contrario di ciò che dice.

 
Minima moralia
Primapaginamolise.com

Opposizioni
• Pasquale Spagnuolo: il cuore a destra, la ragione a sinistra. Curriculum di un candidato PD-IdV

• Meglio un giorno da Leone: Silvio Berlusconi, Di Pietro, Monica Vignale e i portatori d’acqua

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feb 08 2010

Obama a Iorio: Mike, ma tu come fai?

God bless America!
Il Presidente della Regione Molise, Michele Iorio, è andato negli Stati Uniti ed ha incontrato Obama. Noi sappiamo quale è stato l’argomento di conversazione. Come è noto, l’amico Barack ha qualche problemino: l’Iran, la Cina, il Medioriente ecc ecc.

Al di là delle preoccupazioni con la politica estera, la Casa Bianca ha confermato l’abbandono, per il momento, dei progetti di investimento per gli esperimenti spaziali. Per ora gli States rinunceranno ad andare sulla Luna, visto che i ‘chiari di luna‘ ce l’hanno già: il deficit quest’anno toccherà la cifra record di 1.600 miliardi di dollari. Però, Mr Obama ha annunciato anche che non rinuncerà in alcun modo alla riforma sanitaria.

Barack era deciso di incontrare a tutti i costi il suo amico Mike Iorio.

Sa che il Molise, molto prima degli USA, ha affrontato il debito della Sanità, la crisi della piccola e media impresa, (quella middle class tanto cara a Obama) e malgrado ciò siamo riusciti anche a partecipare ad un progetto Geo-spaziale., come negli anni scorsi, è stato invitato direttamente dal Congresso degli Stati Uniti d’America. A guidare questo momento di riflessione e comunione è stato lo stesso Obama. Perché? Perché voleva sapere da Michele come si fa a governare un territorio tagliando le spese ma ricucendo sempre gli strappi, per così dire, politico-sociali. Iorio, con tutto il rispetto per mr. Barack, se ne intende. La sua ‘Cina’ e il suo ‘Iran’ ce li ha anche lui: ciascuno ha i suoi problemi! Il Medioriente termolese borbotta e rumoreggia più di una pentola sul gas.

Peraltro, tutto questo via vai tra Molise e Stati Uniti ci pare strano: Remo torna e parte Michele.
Si vede che ci sarà una promozione speciale sui viaggi in bassa stagione.

Il Presidente Iorio

Ma, la Pechino di Iorio è Venafro. Lì, davvero, non ci si può distrarre. In Basso Molise, si sa, ci pensa Gianfranco McVitagliano a controllare i confini; in cima al Castello Svevo è facile osservare la linea dell’orizzonte, anche se è un po’ ventilato. Forse per questo, l’assessore, oggi in Consiglio regionale è arrivato con una sciarpona ‘viola del pensiero’. Gianfranco Mc Vitagliano non fa mai nulla per caso: il viola è il colore di Firenze ed evoca lo ‘sciacquare i panni in Arno’ che è in realtà un antico proverbio termolese

Peraltro, a Termoli gli ombrelloni sono wirless e sono costantemente connessi con il computer centrale di Campobasso; un piccolo soffio e si attiva un complesso sistema d’allarme. Sono ombrelloni spaziali e se cambia il vento, nel capoluogo lo sanno. Il consigliere del PD, Petraroia, polemizza e si chiede a cosa servano i viaggi di Michele Iorio. Servono eccome! Abbiamo il più sofisticato sistema di comunicazione intranet al mondo: per questo Di Giandomenico deve andare fino a New York per prendersi un caffè in pace senza che lo sappiano a Campobasso o a Isernia. Ma, a parte la frenesia degli spostamenti e qualche eccesso di velocità di Campopiano, non ci sono grandi rischi. L’Oreste furioso (nel senso che è sempre di “furia”) è ribelle in piazza e disciplinato in casa: Cicero pro domo sua!Pare, si dice, che lo scorso Dicembre, forse l’8, forse il 15, si siano incontrati, ad un pranzo riservatissimo, un noto europotente, un presidente, un geometra e un dirigente che ha a che fare con le risorse idriche del Molise. L’Euro e l’acqua santa, insieme, producono reazioni impreviste, quasi come un reattore nucleare. La qual cosa, pare, non sia sfuggita a chi non doveva sfuggire.

Il problema, semmai, è la ‘schiena’ di Termoli. Verso il mare, è tutto ben monitorato. Verso l’interno, molto meno.

Probabilmente si è discusso di regione, nel senso di ‘comando della Regione Molise’ visto che il padrone di casa avrebbe persino prospettato la presidenza della Giunta regionale ad uno dei suoi ospiti. Ora, la domanda è: ad una riunione in cui, fra una cosa e l’altra, si conversa di futuro del Molise, come mai si discute senza Mike Iorio?

Negli USA, Obama avrebbe chiesto di incontrare il nostro President per farsi spiegare come ridare fiducia alla middle class rafforzando pure la sanità. E di sanità, infatti, hanno discusso. Michele sembra gli abbia chiesto, in cambio dei suoi consigli, se, giacchè c’è, può inviare un contingente tra Campobasso e Venafro, per porre un argine, una sorta di ‘diga cautelativa’. Gli americani sono bravi con le guerre preventive e la prevenzione,si sa, è la migliore cura.

Comunque, i nostri eroi sono già in viaggio per il ritorno a casa. All’aereoporto Obama ha persino chiesto a Iorio se per caso ha mai avuto problemi simili a quelli che lui ha con l’Afghanistan. Iorio, ci riferiscono, ha risposto: “E come no! Tutti i giorni”. Dicono che Mr Barack sia rimasto molto impressionato.

Minima moralia

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feb 08 2010

Il presidente michele minuscolo è mitteleuropeo e i giornalisti.. tutti campobassani

Quando ci inerpichiamo nei sofismi sintattici delle M maiuscole e le m minuscole non lo facciamo per autocompiacerci del nostro amore per la lingua italiana o, ancor meno, per mancare di rispetto a chicchessia. La distinzione fra maiuscole e minuscole ci è utile a cogliere l’essenza della nostra regione. 

Il Molise non ha una identità propria davvero forte soltanto perché non sappiamo dare il giusto valore alle cose. Ci limitiamo pigramente ad una visione d’insieme e ci sfuggono i particolari davvero caratterizzanti. Ecco perché ci ostiniamo in questo esercizio estetico con cui rileviamo minuscole e maiuscole. Direte, oggi costoro hanno proprio voglia di perder tempo. No, cari lettori. Il Tempo non si perde se le attese portano a qualcosa che non conoscevamo.Mentre il Presidente Iorio, Michele maiuscolo, era alle prese con le cene americane del suo amico Barack, l’altro Presidente del Molise, michele Picciano, era indaffarato a riarredare casa, la nostra. La differenza fra una m maiuscola ed una minuscola non è nell’altezza o larghezza, come potrebbe pensare l’osservatore superficiale e prosaico. In verità, la m minuscola evoca il senso della sintesi, dell’organizzazione, dell’ordine mentale che pur avendo un controllo assoluto del ‘tutto’ sa individuare il particolare, sa armonizzare i vuoti e i pieni. Ragionamento complesso per chi non si intende di pittura o di scultura; ma noi che invece siamo esteti e pure astuti, il pensiero di Picciano l’abbiamo colto e compreso perfettamente. Il Presidente del Consiglio del Molise immagina lo spazio della massima Istituzione molisana come fosse il Senato, la Camera, il Parlamento europeo e sogna di bonificarlo da quel provincialismo tipicamente campobassano con cui ci facciamo sempre riconoscere.
 
I corridoi del primo piano della sede della Regione sono brulicanti di scansafatiche travestiti da giornalisti: poltriscono, mangiucchiano, borbottano, qualche volta ridacchiano o parlano durante i Consigli. O, peggio, stanziano nel poco spazio dell’ingresso come parcheggiatori abusivi in attesa di non si sa bene cosa in una pericolosa promiscuità con i politici: “Consigliè, Wè, Ciao, Ma perché non hai firmato? Ah, ma lo voti? Nooo, e come mai? Il caffè? Si, dai, andiamo. ..” 

Aspettano uno sguardo che dica di più di una relazione scritta altrove e a mente fredda. O cercano di carpire il tono, la soffiata, il pettegolezzo di un commento da consigliere a consigliere, da assessore a ragazzetta sveglia che recita con affettata goffaggine la parte della cronista d’assalto. A guardare da un ideale punto esterno della prospettiva, sinceramente, appare tutto come un caotico groviglio di improbabilità. L’Informazione del Molise, al Presidente michele Picciano, deve sembrare uno sgradevole brusìo di sottofondo ed ha cercato, forse, di spalmare di silicone mitteleuropeo quei corridoi così irrimediabilmente mediterranei. “E che è questa spiaggia libera affollata di venditori di collanine?” avrà pensato. Non ci costa alcuna fatica confessare che un po’ ha ragione. Il giornalismo molisano è, come dire, ‘da bar’. Michele Picciano lo immagina invece inguainato in una pellicola isolante. 

Ecco che quella sua m concentrata come un cubetto di detersivo in pasticche ha cominciato a pensare, motu proprio, ad un luogo pulito, areato, asettico. Chiudi la porta là, devia il percorso di qua e conduci la processione dei cronisti verso uno spazio ben delimitato, come in un gioco dell’oca. Nella sala del Consiglio regionale si arriva solo attraverso la porta da cui accede il pubblico. Cancellata quell’orrida vetrata che prima ci avevano rifilato come ‘riservata alla stampa’, lo spazio disponibile è decisamente aumentato. Riorganizzata anche l’area tecnologica: più telefoni, più sedie, più confort. Certo, se scappa la pipì torni alla casella di partenza e devi chiedere il permesso ai vigilanti per attraversare il Mar Rosso dell’antibagno. Ma i vigilanti sono pazienti e discreti, e non è questo il problema. 

Cosa ispira tanta innovazione? La preclusione del libero accesso alle scale che portano ai piani superiori e quindi al contatto diretto, ma riservato, con i consiglieri e con gli assessori. Tant’è, se si vuole dialogare in privato con loro bisogna scriverlo su un biglietto e passarlo segretamente ad una gentile hostess. La quale, lo sottoporrà al consigliere scelto. Ergo, bisognerà attendere che lo stesso, se disponibile, si presenti al cospetto del giornalista. Inoltre, chiunque abbia l’esigenza di salire le scale del palazzo deve farsi annunciare e comunicare la propria insana volontà ai soliti, pazienti e discreti vigilanti. Niente via vai incontrollato: chiunque passi dalle parti del Consiglio sarà formalmente immortalato. Una sorta di gioco delle coppie in cui i giornalisti indicano le loro preferenze e aspettano che prima o poi i consiglieri li scelgano o si lascino scegliere. Il Presidente Picciano invece la racconta con più eleganza. Immagina un’atmosfera da clinica svizzera che conferisce al Palazzo un’aurea di credibilità vera. 

Certo, inutile illudersi di raccogliere i commenti a caldo di D’Alete che esce dall’aula, o di Pallante che sbatte le sudate carte una sull’altra e abbandona il Consiglio in segno di protesta. Vuoi mettere il pathos di una caciara isituzionale che sembra una corrida fra toreri in giacca e cravatta? Niente più cronaca viva, diretta ma solo rassicuranti dichiarazioni in doppia copia, ben confezionate e passate nell’amuchina degli uffici stampa. Ce lo immaginiamo Giggino Terzano che si allontana furibondo e noi appresso coi bigliettini da consegnare alle hostess che poi dovranno raggiungerlo. E temiamo, fortemente temiamo, che alla fine dovrà pensarci Michele maiuscolo a riacchiapparlo, senza bigliettini, solo con il suono suadente della voce. Eppure, tutto ciò ha un fascino surreale che ci illude di poter essere, anche a Campobasso, anglosassoni per un giorno. 

Ma mentre pensiamo di dichiarare, previa nota scritta da porre alla hostess, la nostra assoluta approvazione, michele Picciano, architetto geniale ma mite, smentisce se stesso e dice che in realtà è stato frainteso dai vigilanti e che non ha mai dato loro indicazioni perché impedissero l’accesso ai piani superiori. La deviazione del percorso d’ingresso, inoltre, è solo un’esigenza momentanea, in attesa che i lavori di ampliamento della sala stampa vengano completati. Se fosse nel Parlamento europeo userebbe il termine: misunderstanding! Un dietrofront con la m minuscola. 

Fossimo nel secolo di Manzoni (maiuscolo pure lui che non è altro) con un tal presidente saremmo tutti condannati a rimanere ‘singles’ , condannati a subire le angherie della Monaca di Monza (tutte sue le M; quando si dice l’iniquità!)

Minima Moralia

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feb 01 2010

Termoli2010/La festa della Polizia e quel Tangaccio in processione

Ore 10,00, una splendida domenica mattina sotto il cielo azzurro di Termoli. L’occasione è solenne: la città festeggia San Sebastiano, patrono della Polizia Municipale. Il corteo dei gonfaloni procede verso il Duomo, nel cuore della Termoli vecchia. 

 

Tutti i comuni molisani hanno una loro rappresentanza. E’ la festa dei Vigili ed è la festa delle comunità locali. Dentro il corteo, la Politica serpeggia e sguscia tra le bandiere, a cavalcioni sul Grecale. Più in là, il mare è calmo e si dondola piano, come divertito. Attorno, il cielo e le mura, il Castello Svevo e le vie profumate di sale, come un inno alla gioia di un giorno tiepido di Gennaio.  Ma, imprevista, s’ode una musica nota. 
L’assessore Muccilli e Alberto Montano avanzano a braccetto, in testa al corteo, perfettamente amalgamati, come tagliatelle mari e monti, (per la provenienza geografica) nel cordone del potere istituzionale che si confonde tra le voci e i suoni della gente di Termoli.

 05. Il Tangaccio
In fondo alla processione, la ‘strana coppia: Gianfranco Vitagliano, (con gli occhialetti blu, ‘occhio che ti vedo’) al fianco di Vittorino avvocato Facciolla, il sindaco che “fa la differenza”. Da un po’ di tempo lo si vede spesso con l’assessore alla programmazione, ispirato forse proprio da quegli occhiali, in una sorta di creativo ‘periodo blu’: Ma dove va perchè non resta qua, non scappi e poi vedrà .. Gianfranco e Vittorino, come colombe dal desìo chiamate, deviano il percorso verso il Masaki. Il Tangaccio stanca anche i capitani coraggiosi e un caffè ritempra i muscoli.  Al bar ci sono i fratelli Marone, Giorgio e Michele, e la conversazione si fa interessante; i quattro si trattengono a lungo: quale ristoro, chiare, fresche, dolci acque! Al Tangaccio partecipano anche Chieffo e Basso Di Brino, il candidato ‘buono’. Sembrano papa Roncalli e papa Pacelli e ci si aspetta quasi che si mettano a fare carezze ai bambini. In realtà, don Antonio Chieffo seguirà la Messa solenne solo per un po’ e sparirà misteriosamente fra la folla. Dove è andato? 

E’ Celentano, con il suo Tangaccio: “La rossa, si mi va; la mora, si mi va; la bionda, si mi va, se balla il cha cha cha“.

Dopo la celebrazione religiosa, tutti a Villa Livia. E qui il tango si fa figurato: “Non ho colpa se mi piace la donna un po’ decisa, fantasiosa e ancor di più.. se generOOOsa..”   Potrebbe arrivare ad un’intesa, fosse anche solo un patto di non belligeranza, con Remo Di Giandomenico

Se così fosse, il Gattone potrebbe sostenere la candidatura di Basso Di Brino XXIII°, il sindaco buono.
Perché azzardiamo un’ipotesi così estrosa? Perché pare che nello stesso giorno, dopo il convivio di Villa Livia,  la polizia stradale abbia multato Salvatore Muccilli e Oreste Campopiano, il Groucho Marx termolese. Non che basterebbe a fermare l’Oreste furioso, ma ci è sembrato emblematico che il ‘già assessore’ con delega alla Polizia locale abbia preso una multa per ‘eccesso di velocità’. Il Tangaccio lo dice chiaro chiaro: “Non scappi e poi vedrà..ritornerò al cha cha cha“.  Groucho Oreste  Marx è un genio indiscusso, notoriamente abile nel tango, ma eclettico alquanto. Col cha cha se la caverebbe anche meglio. E infatti, mentre la polizia lo multava, lui provava i nuovi passi del tangaccio con un maestro paziente, l’assessore Salvatore Muccilli, ed era completamente rapito dalle note furibonde di: “Ma dove va, perchè non resta qua, non scappi e poi vedrà, ritornerò al cha cha cha; la rossa si mi va, la mora si mi va..”
 
A Villa Livia, sulla spiaggia al confine tra Petacciato e Termoli, il clima diventa vacanziero: attorno al falò dei piatti fumanti, Salvatore Muccilli, Francesco Di Falco, Michelino Borgia, Bruno Verini, Roberti, Basso XXIII° Di Brino e il sindaco di Macchia Valfortore, Antonio Carozza. Pare che si sia già aggiudicato il privilegio di ospitare la prossima festa della polizia municipale nel suo comune, con la sua bella bandiera in prima fila. E d’altronde, la sede del suo municipio è in Via Fratelli Bandiera! Tra una portata e l’altra, Borgia e Di Falco si stuzzicano a distanza. Il Tangaccio diventa vertiginoso: il centro destra comincia ad azzeccare tutti i passi giusti e le liste che appoggiano Basso Di Brino, il papa Buono, sono almeno sette. Se al tango parteciperà anche la DC diventeranno otto: “Ma mi piace soprattutto la donna un po’ focosa, hermosa e perchè no, un po’ formooosa“. 

Pare che Angelo Michele Iorio partirà per gli States, ma prima di partire, sembra, vorrà mettere ordine alle idee, e agli schieramenti termolesi.

Mentre il PD è ancora in fase ‘riflessiva’, a destra i verbi sono tutti transitivi e si prendono multe per eccesso di velocità. Se davvero balleranno tutti insieme significa che non hanno più bisogno di contarsi. Sanno di ‘contare’. 
Minima moralia

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gen 22 2010

Tutti a pranzo da Nonna Maria: arsenico e vecchia DC, come quando a Termoli c’era Girolamo

                                                                                                                                                                                               fred buscaglione – il dritto di chicago 

     La PeTTegola
La Tegola del pettegolezzo 
a cura di PrimaPaginaMolise.com

Ci vediamo ‘abbasciu u purt’ e parliamo“. Gianfranco gli avrà detto questo all’orecchio, a denti stretti, mentre Remo stringeva mani, impassibile.  Di Giandomenico ha osservato con attenzione i convenuti alla commemorazione di Girolamo La Penna. Nella sala convegni del Cosib di Termoli, ha stretto mani, ha concesso qualche accenno di sorriso di cortesia come un padrone di casa. Nell’incontro in cui il potere temporale, ma non temporaneo, dei termolesi democristiani ha dato sfoggio di sé, chiunque volesse farne parte doveva esserci.  L’appuntamento era solenne, velato di nostalgica tristezza per un’assenza che a Termoli sa di rimpianto. Dal parlamento o dall’Amministrazione, ‘Girolamo’ ha sempre governato il consenso e il dissenso. Proprio come Michele Iorio. In più, rispetto a Iorio, aveva un’indole sovieticamente autoritaria: con lui o contro di lui. Il Presidente  è più possibilista: si può essere anche contro, col suo consenso. La traccia genetica di questa evoluzione è sempre la Democrazia cristiana. La Penna è scomparso il 21 Gennaio del 2005, dopo cinquant’anni di potere assoluto, con cui ha penetrato ogni strato, ogni livello istituzionale e sociale del territorio molisano. Negli ultimi anni firmava i suoi lancinanti corsivi, su Le Libertà, allora diretto da Giuseppe Saluppo, come ‘Sebastiano Rosso’; enigmatico pseudonimo che gli serviva a celare un’identità talmente evidente che da quelle pagine sembrava mitologica. Eppure, in quel momento, piegata ad una modernità che stava facendo a meno di lui. Una modernità che era già di Iorio. 

Aveva un vezzo, per nulla frivolo: amava comandare. A questi suoi figli putativi ha insegnato, persino suo malgrado, che il comando non si cede mai per troppo tempo. E dopo la commozione, elettoralmente efficacissima, tutti a pranzo da Nonna Maria. Dentro il cuore di Termoli, proprio come un chirurgo su un paziente che a lui si affida, totalmente inerme. Un convivio pieno di cinismo costruttivo e di reciproca diffidenza, come ai vecchi tempi. 

E Remo balla da solo
Il vescovo di Termoli, il Presidente del Consiglio, Michele Picciano, Antonio Chieffo. A capotavola, Michele Iorio e al suo fianco, (verrebbe da dire: nel suo fianco) Gianfranco Vitagliano e Remo Di Giandomenico. Remo infilza Gianfranco. Il candidato della destra non gli piace e minaccia di candidarsi e correre da solo. Gianfranco reagisce, sbraita, lambisce il fioretto ma non lo subisce. Iorio sorride. E ridendo e scherzando, il ‘centro’ si dilata

Di Giandomenico ha un sassolino da togliersi, ed è ben nascosto da due anni. Ha persino un cognato perfetto per estirparlo dalla scarpa. Ma, soprattutto, ricorda bene quanto Girolamo fosse ossessionato dai possibili successori troppo volenterosi; e troppo talentuosi. Vitagliano è tutte queste cose, oltre che poco paziente. Da Nonna Maria le portate scorrono, tra brusio di voci e di lame. 

Gianfranco Vitagliano, in queste giornate di gelido sole invernale ama indossare inquietanti occhialetti azzurri; sembra Steve McQueen in ‘Gioco a due’. 

Di Giandomenico ha un’aria più decadente. Ricorda vagamente Mastroianni nei panni del barone Ferdinando Cefalù, in ‘Divorzio all’italiana’. 

Iorio sembra Iorio; ecco perché riesce sempre a salvare le apparenze.
 
La PeTTegola
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gen 20 2010

TERMOLI 2010 Giovedì, 21 Gennaio, Michele Iorio c’è e Remo Di Giandomenico lo sa

Ieri , oggi e domani
Al di là di Isernia, c’è Termoli:”Questi termolesi sono complicati”, avrà pensato Michele Iorio. Sono abituati agli orizzonti ampi del mare, agli spifferi repentini del Grecale e sono pur sempre geneticamente portatori di quella tradizione ribelle ed incendiaria  con cui misero in fuga  Pialj Pascià. Bisogna andarci cauti, senza strafare.
Se davvero Iorio ha pensato tutto questo, ha pensato bene. Perché a Termoli bisogna arrivarci da turisti, facendo sentire bene il tamburellare degli zoccoli sull’asfalto; gli zoccoli del dottor Sholls, quelli con la fibietta regolabile, che quando cammini tutti sanno che stai andando al porto. O entri in città da bagnante o pensano che vuoi assaltare il castello Svevo e si innervosiscono. Ecco perché il Governatore, che queste cose le capisce, ha scelto un’atmosfera soft, con la luce blu di un abat-jour che tenga bassi i toni. 
Gli bastano tre giorni per entrare in città: ieri, oggi e domani 
Ieri
se ne è discusso, probabilmente, tra una telefonata e l’altra; avrà detto a Vitagliano: “Gianfrà, organizza tutto ma facciamo parlare loro” E mentre l’asse Iorio-Vitagliano è in Romania oggi qualcuno  deve essersi occupato di curare i dettagli, di preparare la scenografia (l’ufficio di Gianfranco Vitagliano); domani Remo Di Giandomenico tornerà da New York.

La regia è pregevole come quella di De Sica, ma il copione è tutto nuovo. Non è un remake.

Il 21 Gennaio tutti questi elementi convergeranno su un punto fermo: Michele Iorio. Non è detto che il ‘film’ sbancherà davvero al botteghino ma Giovedì il Governatore riceverà gli ex consiglieri comunali del centro destra e li ascolterà, tutti, uno ad uno. Per ciascuno c’è un ruolo da protagonista disponibile. Sentirà le loro ragioni, limerà gli spigoli, raccoglierà le impressioni. E deciderà i ruoli. In termolese si direbbe: Chi cconge e sconge ne perde mä timpe”  (Chi fa e disfa non perde mai tempo) 

In arrivo anche l’aereo da New York, con Remo Di Giandomenico a bordo, in volo sulla linea Parigi-NY-Porto di Termoli. Il Gattone atterrerà in Italia Giovedì. Proprio in tempo per esserci, volendo, e con secchiello e paletta. L’ombrellone e la sdraio pare li abbia già sistemati Gianfranco Vitagliano. L’abat-jour che “diffonde una luce blu” è sempre sulla scrivania del Presidente.
Minima moralia

 
Per ascoltare
Abat jour
 
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gen 17 2010

Iorio Angelo Michele, 17 Gennaio 1948, Morrone del Sannio

Auguri, Presidente!

E’ il compleanno del Presidente della Regione Molise, Angelo Michele Iorio. L’abbiamo letto su FB, (miracoli dell’informatizzazione) ed abbiamo scoperto che compie 62 anni. Buon compleanno, Presidente! E, soprattutto, complimenti sinceri per come porta bene le sue sei decadi e oltre.. Le nostre decadi non valgono neppure il resto di due delle sue.

La invidiamo molto. Non tanto per il ruolo, per il potere, per l’immanente presenza in questo territorio. La invidiamo perchè ha 62 anni e non deve più preoccuparsi di pensare ai contributi per la pensione. Noi invece si, e non abbiamo mai neppure cominciato a pensarci.
Io personalmente, proprio nel giorno del Suo genetliaco scrivo l’ultimo articolo come direttore responsabile di Primapaginamolise e la coincidenza si prestava a quel genere di editoriale, un po’ disimpegnato e un po’ ruffiano, adatto a cominciare la Domenica sorridendo.

Ma la cronaca di queste ore mi induce a riflessioni meno goliardiche.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro!
Cosa sta succedendo? A Nuovo Molise ancora una volta arrivano pallottole e lettere minatorie. Ma questa volta sono firmate BR. Sui quotidiani nazionali leggiamo che Antonio Di Pietro sarebbe stato assoldato nientemeno che dalla CIA per abbattere la Prima Repubblica: “Si avvicinano le elezioni, è tempo di infamare! Il copione si sta per ripetere anche questa volta, come per tutte le fasi elettorali precedenti. Questa volta il bidone che il solito giornale sta costruendo è davvero sporco e squallido: quello di voler far credere (utilizzando alcune foto del tutto neutre) che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia”. E’ lo stesso Di Pietro a denunciarne l’esistenza ma ciò che arriva ai lettori è il gelo di una guerra di nervi e di veleni che l’Italia ha già conosciuto e da cui è uscita a fatica.

Ci ricordiamo tutto, all’improvviso, ogni volta che le parole scritte sui giornali ricominciano a diventare pesanti: piombo, dossier, corvi, servizi segreti deviati, mafia. Sono le parole magiche con cui l’Italia si paralizza, come colta da un malefico rito wodoo.

Al di là del palcoscenico dei giornali e della politica, le aziende, i luoghi in cui concretamente le persone per bene hanno la possibilità di rendere dignitosa la loro esistenza attraverso il lavoro, sono in crisi. Ad ogni annuncio di chiusura avvertiamo il movimento di una frana che ci spaventa. Siamo davvero così in pericolo? Lo saremmo se l’Italia della gente che costruisce ricchezza fosse sovrastata da quella che la utilizza senza alcuna coscienza. Finchè, invece, un Paese avrà rispetto per le proprie ‘braccia’ non avrà troppa paura. La possibilità di essere seri, di essere presenti a noi stessi ci proviene dal senso profondo del valore del pane. Sembra un’omelia domenicale ma non è così. Cito, non a caso, Claudio Magris: “Nel 1923, nella Germania sconvolta dall’inflazione, una libbra di pane costava 220.000.000 di marchi. Calcolato nelle cifre di quell’anno tedesco, lo spreco giornaliero milanese di pane ammonterebbe a settemilanovecentoventi miliardi di marchi… Centottanta quintali di pane buttati via ogni giorno a Milano, novecentocinquantanovemila tonnellate di pane consumate in Italia lo scorso anno…Lafitte, il banchiere di Luigi Filippo re di Francia, diceva che la finanza ha spesso la meningite ed era uno che s’intendeva di numeri e del loro rapporto, così spesso bislacco, con le cose. La cifra del nostro stipendio la sentiamo concretamente corrispondere alle cose in cui può convertirsi e si converte un pranzo, un cappotto o l’affitto finché non comincia a slittare così pericolosamente rispetto al costo della vita da diventare fluttuante e irreale, perché non sappiamo più a cosa corrisponde in realtà, a quanti caffè al bar o a quante stanze di un appartamento in affitto…Quello spreco di pane appartiene alla follia generalizzata in cui e di cui viviamo ..La mia generazione lo sente più fortemente di quanto lo sentano quelle più giovani, perché, pur non avendo mai patito la fame, sono cresciuto in un’epoca in cui si mangiava tutto quello che c’era nel piatto, senza buttare via niente…Distribuire, ai milioni e milioni che non li hanno, il pane e l’acqua che ci avanzano è più arduo che viaggiare nello spazio o realizzare mutazioni genetiche..
(Claudio Magris, Corriere della Sera, 06 Gennaio 2010)

Perché mi sembra che questa sia la sintesi vera di tutto ciò che leggo sui giornali, molisani o nazionali? Perché l’augurio che voglio farLe è di non sprecare nulla, di non sciupare le speranze quotidiane dei ragazzi e dei loro genitori.

I molisani non sprecheranno mai il pane, di questo non ci dobbiamo preoccupare. Ma stanno sprecando la terra per produrlo, le intelligenze e le energie nuove e lo stanno facendo senza percepirne il danno. Accade ogni volta che un buon progetto viene triturato in un meccanismo cieco. Ogni volta che il lavoro utile a produrre ricchezza diffusa si disperde nelle speculazioni estemporanee. Gli operai che rischiano il lavoro non avrebbero paura di ricominciare se in questo territorio fosse facile o almeno possibile realizzare buone idee o se bastasse ‘darsi da fare’. Invece sanno bene che non è così.
Primapaginamolise è un giornale giovane, un po’ sperimentale ma solido. Una piccolissima azienda nata sotto una buona stella per dimostrare che in Molise “sé po fà!” E’ più facile di quanto lo sia per gli operai delle fabbriche ma si può tentare, si può costruire lavoro facendo ciò che sappiamo fare? Spero che prima o poi riusciremo a risponderci, senza barare e senza neppure piangerci addosso.

Presidente Iorio, io Le auguro, con assoluta serietà, la consapevolezza di aver difeso davvero il pane e la preziosa conoscenza che serve a stabilirne il valore.

Caterina Sottile

Tema e svolgimento
• Termoli come Campomarino? Di Brino e la lotteria degli scontenti

• Aggiungi un posto a tavola: a pranzo con Vitagliano mancavano Oreste, Remo e Angelo Michele

• Benvenuto 2010: il futuro da prendere al volo

• AAA classe dirigente cercasi: Termoli, l’energia e il futuro già visto

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gen 13 2010

Duemila persone in strada per dire “non siamo razzisti” In un paese dominato dalla criminalità organizzata

Published by Caterina Sottile under Cronache dal mare

di Enrico Fierro
da antefatto.it

Rosarno. La Calabria è una bomba pronta ad esplodere e la miccia è a Rosarno. Bisogna venire qui per toccare con mano le piaghe provocate dall’abbandono: disperazione, bisogni veri, impotenza, rabbia antica. Una miscela pericolosissima che qualcuno sta maneggiando con estrema raffinatezza. Bastava vedere la manifestazione di ieri. Duemila persone. I negozi del paese sbarrati. Un corteo silenzioso e rabbioso. Contro “lo Stato che ci ha abbandonato”, “i mass media che ci criminalizzano”. Noi che “non siamo razzisti”. Questo diceva l’unico striscione che gli organizzatori del “comitato spontaneo” hanno consentito di esporre. Severamente vietati gli altri. Lo si è capito a metà corteo quando tre ragazze-tre del locale liceo srotolano il loro. “Speriamo di poter dire c’era una volta la mafia”. Un oltraggio nel paese dei Pesce e dei Bellocco, capi di quella ‘Ndrangheta che qui è padrona di tutto. Della vita dei rosarnesi e del loro futuro, delle arance che marciscono sugli alberi e del destino dei “negri”. “Chiudetelo”, impone uno degli organizzatori, “abbiamo dato direttive precise”. Le ragazze capiscono e lo arrotolano mestamente. Non c’è libertà nel paese dei signori della ‘Ndrangheta, dove il ricordo di Peppino Valarioti, consigliere comunale del Pci, ucciso la sera dell’11 giugno 1980 dalla mafia delle arance a trent’anni, è ormai sbiadito.

Scoloriscono i murales che raffigurano un “Quarto stato” calabrese. Il monumento alle vittime della mafia arruginisce offeso dall’incuria e dalle deiezioni dei cani. Tante facce nel corteo. Di onesti e mala-carne. Tanti interessi, tantissimi bisogni. “Il lavoro nero colpisce anche noi giovani calabresi”, dice una ragazza ai cronisti. Bersaglio degli insulti quando finisce la manifestazione. In prima fila nel corteo ci sono anche uomini e donne di colore, sono gli integrati, quelli che qui vivono da anni nelle case disastrate del centro storico. Gli altri, le braccia a poco prezzo, sono tutti andati via dall’inferno della “Rognetta” e della “Ex Opera Si-la”. Spontaneamente cacciati. Non servivano più e quei lager erano monumenti alla vergogna. Sulla protesta una regia accorta. Opera di Mimmo Ventre, ex assessore della giunta comunale sciolta per infiltrazioni mafiose. Trascina in prima fila un uomo di colore. “Vieni Mustafà”. Un ragazzo lo rimprovera: “Si chiama Hussein, chiamiamoli almeno con il loro nome”. L’ex assessore fa spallucce e se ne fotte. “Ma questi si chiamano tutti Mustafà”.

Già gli organizzatori, le menti politiche che hanno cavalcato la protesta e che fanno a gara per conquistare microfoni e telecamere. Soprattutto per dire che “a Rosarno lo Stato non c’è, qui c’è un commissario della Prefettura”. Nominato dall’Antimafia perché i Pesce e i Bellocco erano ormai diventati i padroni del comune. “Nel sistema politico e dell’informazione, il subdolo esercito degli strumentalizza-tori asserviti è il cancro della nostra società”. Tre cartelle, linguaggio da Ventennio. Firmate Sante Pisani, che ha mobilitato il suo “Partito dell’Alleanza”, per difendere i rosarnesi . Pisani di arance se ne intende. Troppo, per i magistrati della Procura di Palmi che hanno scoperto una truffa di 45 milioni di euro ai danni dell’Unione europea proprio sui contributi alla coltivazione degli agrumi. Per l’accusa lo sdegnato rosarnese onesto sarebbe stato una delle menti che gestirono il business.

Ma dietro la protesta dei cittadini di Rosarno non c’è solo questo. Dietro la violenza esplosa nei giorni scorsi non c’è solo la ‘Ndrangheta, con i rampolli delle “famiglie” mandati a fare le barricate e il ti-rassegno contro i neri. “Lo Stato non c’è”. Ed è vero, ma quando lo Stato si presenta con il volto umile e la determinazione di un suo funzionario donna scoppia la rivolta. Maria Giovanna Cassiano, di professione funzionaria dell’Inps, vive sotto scorta. Un anno fa denunciò lo scandalo dei falsi braccianti (mille solo a Rosarno) e delle cooperative fasulle che assumevano mogli, figli e fratelli di mafiosi. Una sola cooperativa arrivò a produrre un monte salari di 1 milione e 800 mila euro senza lo straccio di un documento contabile. C’era posto per tutti, per i “braccianti da bar” e per qualche “lavoratore” in galera che percepiva regolarmente tutte le indennità (disoccupazione, malattia, pensione) previste dall’Inps. Uno scandalo da 15 milioni di euro. Quando l’inchiesta passò nella mani del procuratore Leonardo Leone de Castris, e dall’Inps arrivò l’ordine perentorio di sospendere i pagamenti sospetti, scoppiò la rivolta. “Così si è messa in ginocchio l’economia della zona” , tuonò un assessore del comune. Antonio Caravetta, politico di spicco dell’Udc, denunciò “l’arroganza e l’insensibilità nei confronti di tanti lavoratori agricoli”. E furono scontri, blocchi della Statale Jonica. Proteste. Maria Giovanna Cassiano, volto gentile dello Stato onesto, finì sotto scorta.

Esplode Rosarno, esplode la Calabria. La terra che brucia, come racconta in un suo bel libro l’antropologo Francesco Minervino. Bruciano i suoi boschi d’estate e le speranze dei calabresi onesti divorate da “famelici stomaci” politici. Già la politica. Assente a Rosarno. Nei lager di “Rognetta” e dell’Opera Sila, c’erano tre cessi chimici per centinaia di disperati. Dei soldi promessi per l’accoglienza degli schiavi neppure un euro. Convegni e consulenze sull’immigrazione, alla regione e alla provincia , tanti. La politica pensa alle elezioni regionali. Nel Pd è ormai regolamento di conti tra il governatore uscente, Agazio Loiero, e gli altri pezzi da novanta del partito. Da una parte Peppe Bova, politico eterno, dall’altra Doris Lo Moro, ex assessore alla disastrata sanità. Stravinsero nel 2005, ma il blocco di potere che li portò al governo col 65% dei voti ha cambiato cavallo. Scelgono il centrodestra, soprattutto i consiglieri regionali uscenti gravati da pesanti accuse per mafia. Arricchiranno le liste a sostegno del sindaco di Reggio Peppe Scopelliti. E guai a chi nel centrodestra si azzarda a chiedere pulizia. “Attento o farai la fine di Fortugno”. Francesco il vicepresidente della regione ucciso nel 2005. Inizia così la lettera anonima arrivata sul tavolo di Luciano Marranghello, un sindaco dirigente del Pdl di Cosenza.

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gen 11 2010

Termoli come Campomarino? Di Brino e la lotteria degli scontenti

Termoli è una città di mare, e quindi aperta, ambiziosa ma anche autarchica, come le repubbliche marinare.

Gli schieramenti elettorali prendono lentamente forma chiara, ma c’è ancora tempo. Alla lotteria delle Amministrative l’importante è avere almeno un biglietto.
Il dopo-Greco ha sicuramente un interlocutore nuovo per il centro destra: Costruire Democrazia, con Peppino Astore disposto a fare passi indietro, purchè i nomi siano davvero nuovi ( Chieffo?)
Intanto, Michele Iorio dice a Di Brino: “Basso, devi avere pazienza…”

• Alleanza di Centro e i dissapori con Alberto Montano

Termoli è una città di mare, e quindi aperta, ambiziosa ma anche autarchica, come le repubbliche marinare.

La fase preliminare per organizzare le liste elettorali ha già provocato qualche borbottìo, soprattutto nel centro destra. La minoranza uscente del Comune, maggioranza regionale, sa di non poter sprecare l’occasione insperata di ‘riprendersi Termoli’, dopo averla ceduta al centro sinistra nel 2006.

Però, le decisioni imposte con poca cura per la mediazione provocano mugugni e i mugugni affinano l’ingegno. I ‘piloti’ della prossima campagna elettorale hanno di fronte un percorso ad ostacoli insidioso ma irrinunciabile.

Il dopo-Greco ha sicuramente un interlocutore nuovo per il centro sinistra e forse anche per il centro destra: Costruire Democrazia, con Peppino Astore disposto a fare passi indietro sul nome di Erminia Gatti, purchè i nomi siano davvero nuovi e davvero condivisi.

Convergerebbe forse volentieri in una coalizione insieme a Chieffo, ma purchè i capolista non siano già sperimentati come Di Brino, Montano, Campopiano.

Un veto presumibilmente reciproco. Da parte sua, l’avvocato Campopiano rinuncerebbe alla candidatura magari in cambio di un ruolo forte al Nucleo Industriale. Benchè, al Cosib c’è Antonio Del Torto che per nulla al mondo cederebbe lo scettro del Nucleo più ambito del Molise.

Democrazia Popolare (Cancellario, Finmolise) disposta all’ipotesi di grande coalizione,convergerebbe su un candidato nuovo, ma condiviso nel centro destra regionale. Non necessariamente un politico ma sicuramente una figura strutturale al contesto del Governatore.

L’Udc ha la sua punta di diamante in Velardi, il candidato alle regionali più votato a Termoli. E Cocomazzi ieri era nell’Ufficio Politico dell’Udc. Pensiamo non sia passato solo per un saluto.

La DC pronta a discutere di grande alleanza con Di Rocco.

Alleanza di Centro, interessata al progetto di ampio respiro, di capolista possibili ne ha addirittura due: Montano e Spezzano

L’Udeur tace ma non acconsente ai nomi imposti da Iorio. Il referente termolese del consigliere regionale Niro, Leone, era nel gruppo di Greco. Niro all’offerta della presidenza della 4° Commissione in regione è pronto a dire no, quindi ci si aspetta un coinvolgimento del suo partito in maniera seria nelle amministrative di Termoli.

Tutti un po’ scontenti ma tutti, al momento, pronti al dialogo con Michele Iorio. Che sicuramente li ascolterà, uno ad uno, e deciderà per tutti.

Termoli è troppo grande per le semplificazioni delle contrapposizioni nette. Tutti sanno che ‘bisogna esserci’.

Pare che Iorio, dopo l’incontro fatto a Termoli, abbia detto a Di Brino: “Basso, devi avere pazienza!”

Sottile

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gen 03 2010

Aggiungi un posto a tavola: a pranzo con Vitagliano mancavano Oreste, Remo e Angelo Michele

Un invito a pranzo per augurare un nuovo, felice anno a Termoli e ai termolesi del PDL. Lo ha organizzato l’assessore regionale Gianfranco Vitagliano.

Se gli uomini della Giunta regionale fossero personaggi di fantasia Vitagliano sarebbe un ‘super eroe’ dei Fantastici Quattro, ‘la torcia umana’. E non è una metafora spiritosa ma serve a rendere l’idea dell’energia sovrumana con cui si muove, agisce e tenta di riaggregare le forze finendo per alzare troppo la temperatura.

Termoli è tutta da rifare e nessun politico che voglia essere davvero rappresentativo potrebbe mai sottovalutarne l’importanza: Cosib, Zuccherificio, piano di rilancio industriale, piano edilizio, nucleare, energia, Interporto sono i temi da svolgere nel prossimo decennio. Peraltro, il fallimento del governo di Vincenzo Greco, e il disorientamento del centro sinistra che ha provocato, fornisce una inattesa opportunità di riannodare i fili e di riportare il fulcro politico del Basso Molise a destra.

Contro il notaio che impersonò la rivoluzione pacifica della società civile di sinistra si candidò l’avvocato Oreste Campopiano. Ebbe coraggio ad affrontare il giudizio degli elettori dopo black hole e le note vicende che travolsero il sindaco uscente, nonché parlamentare, Remo Di Giandomenico. Al confronto dell’uomo nuovo, personificazione di un bisogno di riscatto inedito, Campopiano perse ai punti ma non riuscì davvero a combattere. L’epilogo della crisi amministrativa ora rischia di legittimare una sorta di revisionismo storico e il centro destra si rialza, ripartendo non dall’ultimo giorno dell’amministrazione Greco ma dall’ultimo giorno del governo di Di Giandomenico. Ecco perché sembra strano ai profani l’assenza dell’avvocato Campopiano al convivio che nelle intenzioni avrebbe dovuto riaprire quell’album fotografico chiuso frettolosamente. Con Gianfranco Vitagliano si sono seduti Leone, Crema, Di Rocco, Del Torto. Mancava il coordinatore di Forza Italia, partito di Maggioranza regionale, Ulisse Di Giacomo. Il senatore ha spiegato la propria assenza come una volontà di non interferire, in questa primissima fase di incontri, nel dibattito tutto interno al gruppo dei consiglieri comunali. Ed è un modo di consentire alle forze politiche di una città di rincontrarsi e di riorganizzare un percorso che prima di essere schematicamente elettorale ha bisogno di contenuti politici compatibili con la realtà del territorio. La Politica c’entra e aleggia sovranamente su ogni decisione ma avrà bisogno di essere condivisa e riconoscibile in loco.

Assenti anche il consigliere uscente Spezzano e il coordinatore dell’UdC, Velardi. Tatticismo, prudenza o cos’altro? Velardi rivendica il diritto per l’UdC di un candidato ma la ‘mediazione conviviale’ dell’assessore alla programmazione ha scaldato gli animi più che i cuori. Il commento di Oreste Campopiano è dirompente: “Prima di sedersi a tavola a mangiare bisogna sedersi su altri tavoli politici per decidere il nome del candidato sindaco al Comune di Termoli. Sono sicuro che questo avverrà in breve tempo e nelle sedi opportune”. E sulla possibilità che il candidato ‘forte’ sia Di Brino dice: “Sono convinto della buona fede del nostro governatore che non lascia alla stampa alcune indiscrezioni proprie soltanto di tavoli politici. Il candidato del centrodestra deve essere non solo unico ma anche vincente”.
Non c’erano, soprattutto, gli uomini del Governatore Iorio e Remo Di Giandomenico. E questo è un indizio di difficile interpretazione.

Il Basso Molise vuole ritrovare se stesso, la sua naturale tradizione autarchica e Gianfranco Vitagliano si è posto a capotavola di un Congresso di Vienna tra conterranei; un segnale forte per tastare le potenzialità delle dirigenze locali, la loro ritrovata combattività. Sicuramente utile per camminare a piedi nudi sul terreno di Termoli, per sentirne davvero la consistenza. La più grande città del Molise marittimo, industriale, commerciale è un feudo formidabile e questa è una partita con cui bisognerà recuperare autorevolezza, autonomia, non solo rispetto alla sinistra ma forse, anche rispetto al Governo regionale.

Però, alle scorse elezioni Greco ha vinto grazie al tumulto spontaneo della società civile e apparentemente frapponendosi fra la gente comune e la Politica degli schemi e delle strategie. Michele Iorio non lascerebbe scoperto quel nervo e non trascurerebbe di capitalizzare il fallimento di quell’esperienza. Fingere di non aver visto e lasciare che i ‘termolesi’ se la sbrighino da soli significherebbe abdigare. Alla maggioranza regionale non basterà, a nostro avviso, che cambino le bandiere ma dovrà riaffermare la forza del proprio ruolo di coordinamento: la Politica, con i suoi colori riconoscibili, contro la mitologia delle forti personalità troppo autoreferenziali, come è stato Vincenzo Greco. C’è un interesse strategico oggettivo per una città enormemente appetibile e c’è una esigenza di metodo politico per radicare il consenso. Non ci sorprenderemmo se Iorio affrontasse il confronto proprio con Di Giandomenico e se cercasse di far convergere tutte le forze su un candidato nuovo, imprevisto ma davvero ampiamente condiviso nel centro destra regionale. Non necessariamente un politico ma sicuramente una figura strutturale al contesto del Governatore. Le personalità troppo forti non giovano quasi mai alla ragion di Stato.
Le elezioni in cui vinse Greco ridimensionarono ‘pericolosamente’ gli apparati partitici e staccarono Termoli dalla terra ferma di Michele Iorio. Il Presidente del Molise ora dovrà ribadire l’autorevolezza della Politica organizzata, oltre che la propria dentro il PdL. Giacché c’è, al pranzo risolutivo potrebbe non voler rinunciare a scegliere il menù. Gianfranco Vitagliano, che beato lui se lo può anche permettere, dovrà rinunciare alla dieta e prepararsi a molti altri pranzi.

Caterina Sottile

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gen 01 2010

Benvenuto 2010

Published by Caterina Sottile under primapaginamolise

In Molise il 14% della popolazione è povera (Italia 11,1%). Circa 4 famiglie su 10 non hanno risorse per affrontare spese impreviste di 700 Euro, 2 su 10 non possono riscaldare adeguatamente la propria abitazione, affrontare spese mediche e in generale arrivano a fine mese con difficoltà; 3 su 10 non hanno soldi per il vestiario. Il dato è però leggermente inferiore rispetto al dato generale che riguarda tutto il Sud. Siamo meridionali, ma meno meridionali degli altri. E quasi quasi ci viene da dirlo in milanese: “Se l’è minga suppa l’è pan bagnàa”

I dati sono della Caritas di Termoli-Larino e a leggerli bene confermano ciò che diciamo da tempo: il Molise si regge su una economia apparente che ha fondamenta sempre più fragili. In milanese o in molisano, la lettura dei dati Caritas produce qualche brivido:
Non ha avuto soldi per alimentari: + 112,1%
Non ha avuto soldi per spese mediche: + 15,7% .

Questa è una percentuale inquietante, soprattutto perché immaginiamo possa riguardare soprattutto bambini e anziani o comunque nuclei familiari in cui ci sono entrambi.
Non ha avuto soldi per vestiti necessari: + 37,6%
Arriva a fine mese con molta difficoltà: +36,4%
In arretrato con le bollette:8,4%

E questi due dati ci incuriosiscono più di tutti:
Non riesce a riscaldare la casa adeguatamente:+19,8%
e l’8,4% non può pagare con regolarità le bollette, presumibilmente anche quelle per l’elettricità.
Il Molise sembra essere diventato il primo produttore di energia del mondo, da qualche anno a questa parte, e la percentuale di famiglie che non riesce neppure a scaldare la casa è aumentata del 19% nell’ultimo anno.

Ma oggi non abbiamo voglia di piagnistei e vogliamo essere propositivi. L’ottimismo è il sale della vita e forse per questo soffriamo un po’ di ipertensione.

Fra qualche ora avremo tutti un anno in più, persino Michele Iorio, che è sempre così giovane nell’aspetto e così forte nei fatti. Peraltro, appariva in ottima forma e con un taglio di capelli molto glamour alla conferenza stampa di fine anno. Qualcuno teme che sia il padrone incontrastato del Molise e un territorio che subisce padroni non è un territorio destinato ad uno sviluppo reale. Però, se i problemi avessero soltanto un nome e un cognome sarebbe facile risolverli. Credo che un Governatore e la sua Giunta siano il riflesso istituzionale di una realtà umana, politica, sociale che, come è sempre accaduto, precede e sopravvive agli amministratori. Il segno che la classe dirigente può lasciare è quella traccia che testimonia uno spostamento, un avanzamento anche lieve.

Immaginiamo il Molise come una spiaggia in cui sono passate tante ruote, pesanti o leggere. Osservando i solchi si può capire quanto chiaro, utile o meno, sia stato il percorso compiuto. E allora, piuttosto che giudicare le manovre inutili o sindacare sulla profondità della traccia cominciamo a metterci al fianco dei piloti e a guidare il progresso di questa regione.

Il Molise ha un problema che nessuno sembra considerare importante: l’identità sociale che proviene dal lavoro. La precarietà, diventata normale, impedisce alle nuove generazioni di ‘essere’ oltre che di fare.
I ragazzi non hanno più la possibilità di fare un lavoro abbastanza a lungo da diventare bravi, da essere i migliori ma afferrano ciò che possono, legittimamente, per sopravvivere. Per le professioni intellettuali, come in tutto il mondo, tendono a fuggire fuori dal Molise ma non è indizio di resa. La creatività ha implicitamente bisogno di essere nutrita altrove per esprimersi davvero. L’allarme è che i giovani non hanno più modo e tempo di imparare i mestieri manuali e di pensare a se stessi come entità autonome su cui investire, scommettere. A 20 anni ci si dovrebbe sentire abbastanza forti per costruire una strada dal nulla, o almeno per tentare di ampliarla. E invece l’obiettivo primario dei ragazzi è trovare ‘qualcuno che possa’ aiutarli. Quasi sempre, un politico.

Quell’atteggiamento di sconfitta atavica banalmente definito ‘mentalità clientelare’ in realtà è adattamento acritico a ciò che c’è. La rinuncia a pretendere di modificare il percorso deve essere percepito da tutta la Politica come una sconfitta etica pesante; un basso livello di reattività popolare non deve rassicurare chi governa perché la disattenzione apparente dequalifica i politici e li rende interscambiabili. E’ un effetto collaterale ingovernabile a lungo termine e non certo solo molisano.

Di tipicamente molisano invece abbiamo una concezione feudale dell’economia, tutta arroccata e in bilico sulla roccia del denaro pubblico. L’economia globale ha deteriorato ulteriormente il delicato equilibrio dei paesi, travolti dall’aggressività dei grandi centri commerciali che hanno divorato gli spazi delle piccole attività a gestione familiare. Così come ha sfiancato gli agricoltori. Proprio a causa della crisi i prodotti alimentari tipici sono diventati voce trainante del mercato italiano. Gli italiani hanno imparato a spendere bene e comprano cose buone, indispensabili, scegliendo la salute e rinunciando al resto. In Molise, in controtendenza, si svendono aziende agricole magnifiche perché alla difficoltà dei contadini si è risposto con i venditori porta a porta di energia. In pochi mesi abbiamo visto un’invasione, fino a sfiorare la speculazione, che ha definitivamente demotivato i coltivatori, spinti a compiere scelte estemporanee e frettolose.

L’agricoltura ha bisogno di una visione d’insieme in cui ciascuna azienda non è indipendente dall’altra. Tutte sopravvivono solo preservando l’intero territorio. E se la crisi annienta il commercio, l’agricoltura, la piccola impresa, genera disoccupati adulti, che hanno difficoltà maggiori a reimmettersi nel ciclo del lavoro.

In attesa di una modernità che non si è mai compiuta i paesini del Molise non hanno più la forza di vivere di micro economia e si sono trasformati in vuote periferie che producono solo nuovi bisogni.

Non mi spaventa la povertà, ammesso che si possano definire povere comunità per le quali l’auto, il telefono, internet, l’istruzione o l’accesso all’informazione sono comunque un’ovvietà. Mi spaventa molto invece l’inerzia diffusa, l’assuefazione alla frustrazione per i diritti negati che ci autorizza, tutti, a non sentire la responsabilità di difendere ciò che abbiamo. Eppure, continua ad annoiarmi molto la retorica del ‘capo cattivo’ oppressore del popolo buono.

Siccome siamo quasi nel 2010 posso permettermi di dialogare con i lettori di primapaginamolise come un’anziana seduta su una panchina, al sole tiepido di questo secolo con poche speranze e molte possibilità.
Il primo compito che mi fu affidato quando cominciai a scrivere fu la cronaca di una conferenza sulla gestione del patrimonio idrico del Molise. Si parlò delle stesse cose di cui parliamo ancora: l’acqua è nostra o non è nostra? La diamo alle altre regioni o ce la teniamo? Anche allora il Presidente del Molise era Michele Iorio, dopo il famoso ribaltone, e anche per lui era il primo incarico, in fondo, anche se ben più impegnativo del mio. Mi fu presentato molto gentilmente e gli dissi: “Mi chiamo…sono corrispondente per San Martino in Pensilis” Certo, sapevo che non era proprio un curriculum degno di nota, ma non potevo mentire. Rispose, senza scomporsi: “San Martino in Pensilis ha anche un corrispondente?” Ecco, al mio esordio nel mondo del lavoro capii subito che qualunque lavoro tu faccia, se lo fai in un piccolo territorio perdi tempo. Gli imprenditori, i piccoli o grandi datori di lavoro, hanno bisogno di strade, di tecnologia efficiente, burocrazia snella, di comunicazione veloce e di sicurezza sociale. Un’impresa sana in un contesto ‘lento’ perde metà del suo valore e sono proprio gli investitori più sani che non possono rinunciare a tutto questo anche se in cambio darebbero qualificazione, legalità del lavoro e ricchezza diffusa. Non è facile come scriverlo su un giornale, ma si può fare.

Per questo voglio dedicare gli auguri di Primapaginamolise a chi ci crede, a chi vorrebbe e non pensava di trovare ascolto, agli anziani del Molise che fanno fatica a mettere insieme pranzo e cena ma non diranno mai di essere poveri. Auguri ai padri e alle madri che hanno paura di non capire cosa accade ai loro figli quando li vedono disorientati e pallidi, qualche volta troppo aggressivi, qualche volta troppo arrendevoli. Auguri agli operai che hanno perso il lavoro, a quelli che temono di perderlo. Auguri agli studenti, perché sappiano che nei loro libri c’è tutta la forza che serve per camminare senza stancarsi. Auguri a chi è in fila dietro gli sportelli, a chi è in lista d’attesa negli ambulatori, a chi è in ospedale. Auguri ai giornalisti, perché siano umili ma non sottomessi. A chi festeggerà felice e a chi non ne avrà molta voglia. Auguri alle Forze dell’Ordine e anche ai detenuti. Auguri agli uomini e alle donne per bene di questa regione che malgrado tutto è la nostra e le vogliamo bene.
Buon anno, ragazzi!
caterina sottile

18 Traccia 18

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dic 18 2009

A A A classe dirigente cercasi

Ti sei lavata le mani, tesoro?
Governare il Paese è difficile, soprattutto se ci si mettono i pentiti di mafia a fare da leva ad una ‘guerriglia’ trasversale e disordinata. Le contrapposizioni ideologiche non contano. Pesano molto di più le ambizioni individuali ed esasperatatamente personalistiche.

Dopo Tangentopoli, per essere ”classe dirigente’ bastava urlare di avere le mani pulite e si poteva ambire a sollevare il mondo.

I piccoli comuni sono pieni di ‘prestati alla politica’ che hanno assunto decisioni epocali. Per esempio, la pianificazione energetica del territorio

Il Molise non è più un territorio agricolo e dovremmo preoccuparci molto. Invece ci lascia indifferenti questa mutazione genetica non certo naturale.

Quando è arrivata la turbogas non avevamo capito che quel tipo di energia è considerata, dall’Europa, energia verde. Pensavamo inquinasse ma, soprattutto, pensavamo che non ci servisse. Poi è arrivato il vento, l’eolico green business, e i piccoli comuni hanno rincorso l’incentivo, in cambio degli aiuti di Stato che non arrivavano più.

L’energia eolica ci piace; non è vero che i pali sono brutti se consideriamo due cose semplici: fra trent’anni potremo smontarli e farli sparire senza lasciare traccia. A parte un po’ di rumore e qualche fulmine in più, non lasciano rifiuti radioattivi da interrare non si sa mai bene dove.

Un prezzo equo, tutto sommato, che non ci dispiacerebbe pagare. Finchè, arriva il mattone in testa e scopriamo che non è servito a nulla il nostro pesantissimo sacrificio. La linea dell’orizzonte molisano non è più la stessa; nelle campagne abbandonate ora spuntano fiori di 180 metri e al di là della siepe ‘che da tanta parte il guardo esclude’ (direbbe Leopardi) vediamo giganti in movimento.

Confesso, mi emozionano molto. Trovo che siano magnifici, potenti: si stagliano con sublime purezza nello spazio e nel cielo, come parlassero a bassa voce, consapevoli che chi li osserva, a bocca aperta, non capisce.

La posta vera dell’azzardo tecnologico finanziario è sul tavolo del Basso Molise: Nucleo industriale, Unione dei Comuni, con i comuni dell’entroterra che hanno rivendicato un po’ più di autonomia rispetto a Termoli, sono ricche spose di pretendenti stranieri, o comunque estranei. Portano un corredo di buona terra e buon carattere e accettano, senza troppi capricci, tutte le condizioni.

Il prossimo sindaco di Termoli deciderà, solo e incontrastato a chi affidare quella preziosa dote. Perchè è sempre Termoli a fare da spartiacque. L’apparente ribellione dei piccoli comuni che circondano la ’signora sdraiata sul mare’ è servita a ridefinire i ruoli e a contenere il brutto carattere di Vincenzo Greco, l’indomito notaio.

Il Basso Molise è un cantiere aperto e al centro c’è lo Zuccherificio. Lo scorso anno, in Ottobre, aleggiava la possibilità di una riconversione per la produzione di biomasse. Intervenne Gianfranco Vitagliano a fugare i dubbi affermando che si trattava di una balla colossale: “Un’ipotesi che proprio non esiste anche perché lo Zuccherificio del Molise ha già un suo carico ambientale che è saturo. E qualora anche si dovesse prospettare un simile interessamento da parte di qualcuno io stesso in prima persona farò una battaglia per impedire la costruzione di un termovalorizzatore.” Poi, quasi a sorpresa arrivò Remo Perna. Chi vivrà, vedrà.

In ogni caso, una vera e sana classe dirigente dovrebbe occuparsi di pensare cosa accadrebbe fra cent’anni, non fra cento giorni. Perchè il problema è sempre lo stesso e riguarda la sanità, l’agricoltura, il commercio, proprio come l’energia: non abbiamo una classe dirigente che pianifica a lunghissimo termine. Lo sviluppo, quando c’è, è un effetto collaterale, assolutamente non certo, di scelte affrontate sempre in emergenza.

L’ingenuo sindaco di Ururi emblematicamente dice: “Non avevamo una lira, e il parco eolico ci poteva finanziare progetti utili alla gente..”. Si può pianificare l’utilizzo di un territorio sulla base di una urgenza? Quando le signore povere vendono ciò che hanno di più prezioso il linguaggio maschilista le definisce ‘donne da poco’. La differenza, con quelle donne, è che vendono qualcosa che è loro, soltanto di loro proprietà. Non tolgono niente a nessuno.

Ma, ribadisco, con l’eolico ci è andata anche bene. Tutto sommato, è una scelta invasiva ma reversibile, anche se in tempi non brevi. Con il nucleare non sarà così.

Nucleare si, ma dove, come e chi?
La favola del: “Tanto siamo circondati.. in Francia, in Croazia, Serbia..” Queste sono fesserie. Se c’è una fuga di radiazioni, un incidente, un problemino qualunque, la distanza che ci divide dalla Croazia farebbe una qualche differenza. Molto diverso sarebbe se la centrale ce l’avessimo a Nuova Cliternia o a Melanico. E anche se non ci fosse il rischio, il punto è che non ne abbiamo il vantaggio. Come non ce l’abbiamo avuto con la tubogas, come non l’abbiamo visto con l’eolico.

Quando arrivò la Fiat inquinò, eccome. Ma cambiò il destino economico di centinaia di famiglie che mandarono i figli all’Università, comprarono case dignitose, si garantirono una pensione per la vecchiaia. Un sindaco che decide sulla base dell’urgenza di costruire una pista ciclabile, da quali riflessioni, quali analisi, quali dati oggettivi inconfutabili è ispirato?

L’unica costrizione, (non scelta), è che in un sistema burocratico come il nostro l’arbitrio è fortemente condizionato dalla collegialità. Se gli altri lo fanno, un solo no non basta, non serve. E conviene accodarsi anche sapendo di sbagliare. L’ambiente, più di tutto, è vittima di questa assenza di lungimiranza e di autorità politica e, consentitemi, morale.

caterina sottile

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dic 18 2009

Meglio un giorno da Leone: Silvio Berlusconi, Di Pietro, Monica Vignale e i portatori d’acqua

Ieri sera ad AnnoZero hanno scomodato un filosofo, Umberto Galimberti, per spiegare perchè Silvio Berlusconi è ‘mandante’, egli stesso, del suo aggressore.

A proposito di leoni, il consigliere di Termoli, Leone, deve essersi sentito chiamare in causa

Ieri sera ad AnnoZero hanno scomodato un filosofo, Umberto Galimberti, per spiegare perchè Silvio Berlusconi è ‘mandante’, egli stesso, del suo aggressore.

Non citerò il ragazzo che materialmente ha colpito il presidente del Consiglio con la nota statua di bronzo del Duomo di Milano. Si tratta di un giovane con una storia personale problematica e non ritengo di discutere oltre sul dramma che ha coinvolto lui e la sua famiglia.

Tant’è, si continua a discutere di mandanti e di vittime, come se si desse per scontato che a provocare il gesto inconsulto del ragazzo sia stato il clima politico, fomentato soprattutto dai mezzi di Informazione.

Travaglio, il più ‘mandante’ di tutti, a detta di Cicchitto & Co., dichiara che odiare è un diritto e attiene ai diritti fondamentali della persona. Sono d’accordo. Ma non credo che un giornalista possa permettersi di esercitare quel diritto. Perchè altrimenti, ciò implicherebbe che anche un presidente lo eserciti; anche un giudice; anche un poliziotto; anche una maestra che picchia un bimbetto che non vuole mangiare; anche un secondino in carcere.

Ad Annozero il filosofo Galimberti dice che le personalità fortemente carismatiche inducono reazioni viscerali: di odio o amore, ma comunque irrazionali. E dice anche che la matrice cristiana della nostra cultura ha accolto con particolare disponibilità la metafora del martirio evocata dal volto insanguinato di Silvio.

Una conversazione apparentemente seriosa con cui si ‘doveva’ dimostrare che quel megalomane di Berlusconi se l’è proprio cercata. Il filosofo Galimberti lascia scivolare piano una piccola affermazione, come una biscia: “Il potere che si regge sull’emotività è sempre molto pericoloso”

In pratica, Berlusconi è pericoloso perchè suscita reazioni emotive a causa del suo carisma e della sua forza mediatica. E Pertini? Baciava più bambini del papa; avrebbe potuto diventare un pericoloso dittatore e non lo sapavamo!

L’odio che ha innescato Andreotti forse non ha pari ma non abbiamo mai sentito parlare di pericoli d’assolutismo, malgrado abbia ispirato gli stessi sospetti di cattive frequentazioni. Non sarà che è proprio antipatico lui, il povero Silvio? Ha ragione Cornacchione.

Ad Annozero, pur assistendo con la disponibilità speranzosa di chi alla sinistra vuole sempre bene, ho percepito quel solito odio travestito da sublimazione dell’equità sociale, tipico delle lotte di classe. Una sorta di livore raffinato, decantato e propinato come un liquorino pregiato. Una cicuta, molto ben descritta; ma di livore si tratta, e non altro.

La metafora del martirio, citata con chirurgica asetticità da Galimberti avrebbe dovuto suggerire, senza imporla, l’idea di una sceneggiata napoletana strumentalmente utile al premier. La dissacrante Sindone del suo volto tumefatto avrebbe provocato un corto circuito mediatico, tutto a favore della causa berlusconiana.

Santoro ha una teoria semplice: Berlusconi, dopo il colpo sul volto, è rimasto sul luogo del misfatto e si è sporto per farsi vedere, per dare se stesso alla folla e mostrare le stimmate facciali, come un leone (come hanno detto di lui i suoi apostoli) e quella è la prova più evidente di una sceneggiatura ferrea a cui affida la rappresentazione costante del proprio potere.

E per questo, dimostrando anche che la scorta ha tenuto il ferito lì, tra la folla e i possibili pericoli, il buon Santoro ha chiarito anche ai dubbiosi che Silvio ci fa e se ne compiace. E lo ha dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, partendo da un dato oggettivo; perchè, altrimenti, che giornalismo è? Il dato è che la scorta ha lasciato decidere al Presidente di non allontanarsi immediatamente dopo il ferimento. Perchè? Perchè Silvio decide sempre tutto da solo e impone le decisioni persino al capo della sua sicurezza.
Ergo, Silvio è pericoloso e anche un po’ mitomane.

Ma siamo scemi?
Di fronte ad un uomo con il volto insanguinato io continuo a provare pietà, disgusto, imbarazzo. La dietrologia colta degli strateghi del dissenso è decisamente orrida. Se riusciamo a ridacchiare di fronte ad un uomo che sanguina, fosse anche il più potente e odioso tiranno della storia, siamo morti. Siamo plebe che si riscatta solo con il sangue.

Col vostro permesso, preferisco vivere. La libertà passa dalla testa più facilmente di quanto potrà mai passare dallo stomaco.

In un gioco di scherma di sofismi, teoretica della sociologia e teologia del regime berlusconiano, il più intellettualmente onesto è apparso Antonio Di Pietro.

Con voce roca, quasi stanco e a disagio, ha ribadito che non c’è neppure da discutere sulla solidarietà che merita chiunque sia stato ferito, colpito, aggredito e che a lui interessa semmai discutere dell’operato di un Governo che cercando di preservare l’interesse personale dei suoi componenti sta arrecando un danno grave al Paese: dal processo breve alle leggi ad personam, l’Italia sarà in balìa dei miracolati indiretti dei problemi giudiziari di Silvio.

Ed in effetti, Di Pietro è stato se stesso. L’ex PM di Mani Pulite non è e non è mai stato un ideologo marxista e non è per nulla invaso da quel furore uterino che spesso hanno i comunisti istruiti.

Dopo aver visto Annozero ho capito che Cicchitto ha proprio torto. Santoro, Travaglio ecc non sono mandanti di nulla. Si insinuano al traino delle nubi di polvere e certificano, con stizza, che la polvere è proprio una schifezza.

A proposito di leoni, il consigliere di Termoli, Leone, deve essersi sentito chiamare in causa ed ha voluto, anche lui, dare prova di coraggio. Pare sia stato presente ed abbia in qualche modo assecondato una aggressione verbale a Monica Vignale e Manuela Iorio, due giornaliste di Primonumero.it.

Monica è la direttrice del quotidiano on line più letto del Molise che ha innovato e cambiato la storia dell’informazione locale. E’ anche una delle poche persone a cui viene da chiedere: “Vignale, che ne pensi?” Perchè la sua opinione pesa. Ha però un difetto: come Berlusconi, se le va a cercare. Il consigliere del Comune di Termoli avrà avuto le sue ragioni.

Bisognerebbe avere il coraggio di dire che non sempre il problema è la libertà di informazione. In realtà, spesso, è una faccenda di inadeguatezza rispetto ad un ruolo che richiede, prima di tutto, dimestichezza con l’etichetta e il protocollo. Tutta questa gente che sbraita in televisione, per strada, sui palchi o nelle sale consiliari è semplicemente inadeguata al ruolo che riveste. Piantiamola con le analisi psicosociali perchè danno dignità ideologica alla maleducazione. Gli amministratori, che siano vertici dello Stato o semplici consiglieri comunali, devono conoscere la lingua istituzionale e parlarla fluidamente. O si rassegnino a fare altro nella vita.

Se ogni esagitato quanto anonimo aggressore di giornalisti diventa attentatore alla libertà di informazione finiremo per creare in chiunque l’illusione di essere portatori di opinioni. E invece, il più delle volte, sono solo portatori di acqua.

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dic 12 2009

La città delle donne: Presidente, fatti più in là

 Le donne amano i Presidenti. Sarà che un uomo in fresco lana è sempre piuttosto charmant, ma, tant’è, tutte ne sono suggestionate. In Molise sono più intellettualmente audaci; non ne subiscono il fascino ma li sfidano e sottopongono loro domande difficili.

A Isernia erano le donne di sinistra a scrivere all’uomo forte del PDL, il Presidente Mazzuto. Qualche sospetto che si trattasse di faccende politiche, benchè nobilitate dallo slancio idealistico, ce l’avevamo. Dura lex, sed lex, per carità. Ma la rivendicazione della presenza femminile si traduce comunque con un punto a favore per l’opposizione. Mazzuto non cede e rilancia, ma il dibattito è aperto e movimentato.

A Campobasso è la vice coordinatrice provinciale dell’IdV a scrivere a D’Ascanio. E’, quindi, uno scambio epistolare fra compagni di partito. Da IdV a IdV, quasi come ‘da uomo a uomo’, Anna Aurisano pone a Nicola D’Ascanio una domanda complicata: “La dibattuta questione, oltrechè avere rilevanza prettamente giuridica, è assurta a istanza marcatamene sociale, promanante da interi settori trasversali femminili, ma anche da rappresentanti delle istituzioni di sesso maschile”.

Nicola D’Ascanio al ‘promanante’, ne siamo certi, ha sussurrato: “Benedettoiddio!”
La vice coordinatrice scrive a entrambi i presidenti provinciali proprio perchè il tema ha valenza universale ed attiene alla civiltà dei rapporti fra i cittadini e le Istituzioni. Ben al di là dell’organizzazione politica quotidiana. Ne sono sinceramente convinta ma continuo a non capire perchè la garanzia della presenza femminile debba venire dai vertici politici e non dalla società stessa. Candidare le donne, eleggerle sulla base delle loro capacità, della loro credibilità e, soprattutto, perchè ‘persone degne’ e non perchè femmine, mi sembra il percorso corretto. Il Governo Berlusconi non ha certo negato rappresentatività alle donne ma da sinistra quella scelta è stata stigmatizzata come strumentale.

Anna Aurisano dice una cosa seria e incontestabile: se deve farlo il presidente Mazzuto deve farlo ogni Presidente, presente e futuro, di destra o di sinistra.

Ma se un problema così importante diventa destabilizzante, politicamente pernicioso, non si rischia di ‘utilizzare’ le donne, ancora una volta, solo come casus belli?

Antonio Sorbo ha ragione da vendere quando dice che raggirare le leggi è un indizio grave per un amministratore, più grave di quanto lo sia per un comune cittadino. E la legge dice che alle donne deve essere data rappresentanza nelle Istituzioni.

Ma, mi sono sempre chiesta quale libertà vera ho ereditato da chi è nato prima di me. Noi donne che non abbiamo fatto il ‘68 ma l’abbiamo impresso sulla carta d’intentità immaginiamo una classe dirigente che tenga lontanissime le scorie emozionali dal dibattito politico e governi solo ‘con la testa’. Una volta si chiamavano ideologie e sono diventate una brutta parola.

E’ uno scempio, in realtà, perchè non sono affatto negative di per sè. Ma l’abuso, l’uso strumentale, hanno reso le caratterizzazioni ideologiche della politica un pericolo.

Tutte le minoranze hanno dovuto pretendere, chiedere ad alta voce che i loro diritti fossero rispettati. E se non avessimo avuto chi prima di noi ha alzato la voce, non potremmo permetterci il lusso democratico del dibattito pacato. Ma le donne sono davvero minoranza? E’ corretto che esse stesse si pongano come ‘categoria’ sociale?

E’ vero che le donne non accedono alle prime file della politica, almeno in Molise, con la stessa facilità degli uomini. Però, invocare percorsi privilegiati aiuta a superare questa difficoltà? Non crea soltanto, come è già accaduto, spazi di favore comunque decisi e gestiti come ‘concessioni’? Non mi piace questa soluzione, ammesso che esista il problema.

Ci sono donne in Molise che lavorano in nero, che non hanno alcuna garanzia di sicurezza, che fanno salti mortali tripli per vestire i figli, per farli crescere. La priorità è che siano difese anche dagli uomini, non che si sentano indifese perchè non abbiamo amministratrici. Perchè altrimenti creiamo un circuito pericoloso in cui ciascuno può essere rappresentato solo da qualcuno del proprio gruppo, del proprio sesso, della propria classe sociale ecc ecc.

Vorrei illudermi che non siano proprio le donne ad alimentare questa visione settoriale della realtà. E vorrei che non fossero leve di forze esterne ma genesi di ogni mutamento positivo.

Caterina Sottile

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dic 07 2009

Autodistruzione

Pensavamo ci servisse ad evitare una centrale nucleare.

Ma i soldi non bastano mai. L’ennesima campagna elettorale si annuncia costosa. Hanno già cominciato a dire che, tanto, siamo circondati dalle centrali: Croazia, Francia, Germania. Ma perchè, quando è accaduta l’apocalisse in Russia a noi è andata male come a loro? Non mi pare. Qualche kilometro di distanza ha fatto una piccola differenza. E, soprattutto, io vorrei eliminare anche quelle centrali. Non è solo una questione di ‘not in my garden’. Il problema è che tutto finisce nel nostro giardino e lo sviluppo, il lavoro vero,quello legale, quando?

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dic 01 2009

L’onorevole De Camillis e la villa su cui non tramonta mai il sole

Published by Caterina Sottile under minima moralia

Minima moralia

E’ vero che l’onorevole Sabrina De Camillis  ha recintato la sua Villa del Sole occupando impropriamente quasi 1.000 mq. e che il terreno  è proprio in prossimità degli impianti sportivi che il Comune di Larino non ha mai completato? Se lo chiede anche il consigliere Antonio Di Bello.
 
Il recinto di una casa è un must, e quanto più è ampio tanto più è alto il tenore di vita di chi vi abita. Ma nel caso della Villa larinate, si tratta più che altro di un bisogno dell’anima..un po’ come la musica. La Villa del Sole, come la città di Campanella, non ha costrizioni ma solo aspirazioni. E il recinto è più ispirato di tutto. Tanto che sconfina oltre i limiti della conoscenza.

I coniugi Venditti-De Camillis perseguono da anni la bellezza dell’arte e le gioie dell’anima che possono provenire solo dalla meditazione, dalla natura, dalla musica.

E cosa c’è di più adatto che una casa isolata nella bella campagna frentana. I romani dicevano che tutte le strade portano a Roma. I larinesi, discendenti di Cluenzio, da Roma riescono a farsi finanziare le strade che portano a casa (leggi Primonumero).  E ci riescono passando per gli argini dei fiumi a loro noti e familiari.  

Immaginiamo quell’assessore regionale di turno,  di solito impavido,   sentire persino un po’ di commozione  all’idea di regalare un sogno ai due giovani coniugi. E fu così che ritrovò ‘la retta via’ passando per l’articolo 15 ! E’ vero, i duri hanno due cuori.

Certo, non è del tutto vero, come è stato maliziosamente scritto, che da lì non passa nessuno. Se nei paraggi hanno pensato ad un centro sportivo, la strada sarà utile, eccome. Bisognerà trovare un modo gentile, come l’olio di Larino, per condividere una così bella cosa con tutti i larinesi.

Il recinto, invece, bisognerà proprio ridimensionarlo un po’, per buona creanza.  Capita che arrivino le interrogazioni e le interpellanze a disturbare la meditazione.  Benchè, le cose belle vanno protette anche con recinti ampi, al di là di ogni brutale limite umano. Come direbbe Silvio Berlusconi, i rompiscatole, sono tutti comunisti!

Interrogazione con risposta scritta. 
Al Sig. Sindaco del Comune di Larino 
Il sottoscritto Antonio Di Bello, Consigliere Comunale dell’IDV, in riferimento ai lavori per gli impianti  sportivi fermi da mesi e, purtroppo come da me previsto, destinati a restare incompiuti anche questa volta, vista la procedura di rescissione in danno dell’impresa da Voi avviata,  avendo raccolto delle voci riguardanti un problema di mancato rispetto dei confini catastali delimitanti l’area espropriata,  pone alla Sua attenzione i seguenti quesiti:

  1. E’ vero che da quasi un anno siete a conoscenza, o perlomeno ne è a conoscenza il RUP dei lavori, che vi è una occupazione impropria di circa 1.000 mq. regolarmente recintata da parte dei confinanti coniugi cav. Gaetano Venditti e On. Sabrina De Camillis?
  2. E’ vero che i suddetti coniugi più volte convocati per concordare il ripristino dei confini, non si sono mai presentati?
  3. Se “le voci” corrispondessero al vero, quali sono le azioni che Lei intende intraprendere e tramite quali atti? Oppure sono già state avviate idonee procedure per ridare all’intera comunità, e non ai soliti privilegiati, quanto regolarmente pagato con l’indennità di esproprio? 

Larino, lì  05 novembre 2009 
Il Consigliere Antonio Di Bello

  ………………………………… 

                                                               
                                                                      
Altro sul tema:
 Primonumero.it

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